Addio al mito della prima pagina

1426070499_DSC_4587-950x629Digital first. Lo sapevamo ma leggere certe notizie conferma, se ancora ce ne fosse bisogno (e forse ce n’è bisogno) che i fronti sui quali combattere la guerra dell’informazione si sono definitivamente capovolti. L’ultima è quella riportata da Dylan Byers su Politico secondo cui qualche settimana fa Dean Baquet, direttore del New York Times, avrebbe mandato un ordine forte e chiaro ai capi delle sue redazioni: basta occuparsi spasmodicamente della prima pagina, quello che serve non sono suggerimenti su cosa piazzare il giorno seguente in A1 ma la costante segnalazione delle storie che meritano di stare nelle aperture delle varie piattaforme digitali del più importante quotidiano del mondo. Poi si pensa alla carta. Un invito in fondo già presente nell’ultimo Innovation report della testata.

Se non stupisce per niente un passo del genere al NYTimes, anche il Los Angeles Times di Davan Maharaj ha rivoluzionato le proprie prassi lavorative destinando la riunione del mattino, sdoppiata alle 7 e alle 9,30 con un’anticipazione alla sera prima, non al giornale e alla prima pagina ma ai temi, agli argomenti, a ciò che di cui si parla quel giorno e, di più, in quel momento della giornata, concentrandosi su ciò che c’è da raccontare ai lettori adesso, fra pochi minuti. Non domattina in edicola.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Secondo Pew Research l’82% degli americani legge le notizie su pc e il 54% in mobilità. In Italia, dove pure la situazione è diversa e vede ancora in testa alle sorgenti informative l’immarcescibile predominio della televisione, il 51% cerca notizie sul web tramite quotidiani online (36%), motori di ricerca (22%) e social network (8%). La fruizione avviene al 58% su pc, al 25% su smartphone e al 14% su tablet per una sessantina di minuti al giorno.

A parte il fatto che ci sarebbe da discutere perfino sulla (sempre più fragile) centralità delle home page e sulle fonti del traffico di un sito d’informazione, rimane la presa d’atto che, a eccezione di poche realtà che hanno voluto trovare nuovi linguaggi, il prerequisito per un capovolgimento del genere è l’abbattimento della storica separazione fra redazioni e gruppi di lavoro che si occupano dei prodotti cartacei e quelli che marciano sul digitale.

Sembra assurdo ripeterlo nel 2015 – a ben dieci anni dal passo obbligato dello stesso New York Times, che già in precedenza aveva sperimentato modalità di lavoro come il continuous desk – ma in molte realtà, piccole e medie come grandi, quella divaricazione è più profonda che mai e ogni discorso come quello di Baquet sarebbe considerato pressoché inconcepibile.

I servizi non si parlano e se lo fanno è su base sporadica, casuale, affidata alla buona volontà, alla curiosità o all’interesse dei singoli redattori o capi. Così facendo le storie spesso si perdono nel gusto e nelle scelte di mille teste, se non peggio per posizioni di presunta superiorità, anziché in una valutazione oggettiva della redazione, perché è impossibile, in assenza di un’autentica integrazione, sapere cos’abbia per le mani il collega nella stanza a fianco o al piano di sotto.

Insomma, quello della prima pagina non è più un mito. Né per gli addetti ai lavori, né per i lettori che poi ormai sono utenti sempre più flessibili e attivi. Nel senso che non fa più opinione, non decide i temi del giorno, che invece si rimodulano di ora in ora sul web in base agli avvenimenti del mondo, a quelli interni e alle sfumature che assumono intrecciandosi fra loro, con le storie e i protagonisti di quegli eventi.

La possibilità che un qualche esemplare di quotidiano cartaceo sopravviva, pur con tutte le possibilità di leggerlo in digitale e mobilità, sta anzitutto nell’abilità di riscrivere le prassi lavorative in base a quel flusso. Di modo da fare, su carta, l’esatto contrario rispetto alla missione storica: raffreddare le notizie trasformandole nella quasi totalità in analisi che si abbeverino di ciò che è avvenuto e disegnino i possibili sviluppi. Una macchina per quella nicchia che voglia pensare, domani, a quello che è successo ieri.

Fonte: Wired 11 marzo 2015