Capitolo III – Una Finestra sul Giardino

Capitolo 3

Una Finestra sul Giardino

 «Un giornalista politico può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie… Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati… È l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».

Enzo Forcella, Millecinquecento lettori, «Tempo presente», giugno 1959
La Finestra sul Cortile è il titolo della trasmissione radiofonica che ho realizzato insieme a Giulio Anselmi, su Rai RADIO 3, nel novembre del 2013, e che ha dato diversi spunti a questo libro.
Come capita spesso per i titoli giornalistici, abbiamo preso a prestito l’immaginario dell’indimenticabile film del 1954 di Alfred Hichtcock, con James Stewart e Grace Kelly.
Ma il riferimento non giocava solo sull’assonanza.
In quel film appariva una modernissima intuizione comunicativa, che trovò una sua consapevole teorizzazione solo dieci anni dopo, con la fin troppo nota definizione di Marshal McLuhan del Villaggio globale, che indicava una prima confidenziale socializzazione dello scenario della comunicazione.
Ma l’aforisma di Mc Luhan ci rimandava comunque ad un luogo aperto, con una propria gerarchia e differenziazione topologica fra le diverse figure della comunicazione: vi era un centro e una periferia, un nord e un sud, vi era chi era più vicino all’epicentro degli eventi e chi rimaneva più lontano.
La Finestra sul cortile che abbiamo invece adottato come titolo ci fa invece intendere come oggi , almeno per quella rilevante quota di umanità che usa con una certa frequenza la rete, la prospettiva comunicativa sia ancora più ristretta .Il punto di osservazione sembra ormai unico, e anche la scena osservata appare sempre più angusta, e circoscritta, come appunto un cortile comune. Esattamente come rappresentato dal film del regista americano, ognuno di noi si trova come James Stewart, inchiodato permanente ad una finestra e con un binocolo scannerizza e controlla lo scenario recintato che gli si pare dinanzi.

In questo contesto si modifica non solo il punto di vista, ma anche la soggettività dell’osservatore, ed il suo linguaggio. E soprattutto la relazione con quanto viene osservato.
Come forse ricordate, nel film, dopo pochi giorni ogni singolo personaggio che abita il cortile su cui viene puntato il binocolo, appare all’osservatore famigliare, quasi intimo. E’ questa la molla di quel processo di interattività che sta trasformando geneticamente l’essenza del giornalismo.
Facebook vive di questa intimità, e la riconfigura, rendendola materia pregiata e irrinunciabile. Bauman, citando il psicoanalista Serge Tisseron parla di exitimitè, ossia la pulsione a rendere pubblici gli aspetti della propria intimità. A quanto sembra-afferma il grande sociologo-non abbiamo più gioia ad avere segreti. Già questo nuovo aspetto dell’antropologia contemporanea basterebbe a rendere superfluo il mestiere di giornalista.
Infatti, questa nuova “intimità “ condivisa, che oggi lega osservatori ed osservati, produttori ed utenti delle notizie, è reimpaginata, potremmo dire, da formule, o app, apparentemente del tutto inedite, come i social network, o i nuovo format di microblogging, tipo Twitter. Formule che stressano l’idea di sintesi o di condivisione, travolgendo la stessa dimensione grammaticale del linguaggio giornalistico.
Le teorie in questo campo non possono non seguire il metodo galileiano dell’osservazione primaria della realtà, per poi dedurne teorie. E la realtà, qualcosa abbiamo già visto nei capitoli precedenti, ci dice che in atto è un processo di trasformazione epocale, e non certo una momentanea moda, un’infatuazione giovanile. Fra le molte ricerche che consolidano questa visione del mondo quella del ConsumerLab della Ericsson, uno dei principali produttori di terminali mobili. I dati sono stati raccolti nella primavera del 2014, e il paper è stato pubblicato nel settembre dello stesso anno.
Il quadro che emerge non lascia spazio a dubbi: in Italia , nella platea dei titolare di connessione internet(siamo ad oltre 35 milioni) i consumatori di video streaming hanno superato gli spettatori di Tv tradizionale, arrivando al 80%, rispetto al 79 .Poco, ma ilsorpasso sembra inesorabile. Fra le altre rilevazioni emerge che un consistente numero , circa il 40% di utenti mat6uri già considera normale guardare su piccoli schermi ( computer, tablet,smatphone) format televisivi lunghi come fiction e serials, oltre ovviamente le news. Dilagante appare poi la frenesia del second screen, ossia la visione di un programma televisivo in multitasking, mentre si segue un altro flusso su un altro device.
Una trasformazione che sollecita categorie fondamentali del pensiero umano. Oltre a segnalare una trasformazione nei modelli economici e sociali che nel secolo scorcio furono fortemente segnati dalle dimensioni di massa del consumo di media.
Ma torniamo a riflettere sulla natura di questo cambiamento, di questa mediamorfosi.
Proprio mentre preparavamo la nostra trasmissione radiofonica, siamo stati sollecitati a riflettere sul carattere ellittico e non lineare dell’innovazione -un carattere che la rende una rielaborazione di memorie culturali tutte interne all’esperienza umana, e non come una svolta discontinua.
La conferma ci è venuta proprio dal I Like di Facebook.
Una soluzione che ha dato nuova spinta al social network di Mark Zuckerberg, rendendolo il citofono del pianeta dal febbraio del 2009, quando fu integrato nella videata del suo sistema. Ma anche questa soluzione non è del tutto inedita.
Nel 1930 Nevil Monroe Hopkins, ingegnere alla New York University elaborò un dispositivo che permetteva agli ascoltatori radiofonici di esprimere un giudizio suo programmi trasmessi. L’apparecchio si chiamava Radiovoto. Salutato con entusiasmo, rimase ad impolverarsi per decenni negli scantinati dell’ateneo americano. Una conferma che l’innovazione è sempre il risultato di un processo di maturazione sociale in cui il dispositivo di afferma come risposta ad una domanda di persone in carne ed ossa che hanno bisogni o ambizioni nuove. nel 1930 questa domanda non era adeguata. Ma quel filo rimane teso.
Ed è un filo che arriva da molto lontano .Come ci ha dimostrato un evento di alto profilo , organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal suo presidente Cardinale Gianfranco Ravasi, che nel settembre del 2013, a Roma, come abbiamo già ricordato, ha convocato una sessione speciale dei suoi incontri con laici e non credenti intitolati Il Giardino dei gentili. La sessione di settembre era proprio dedicata ai temi della comunicazione.
Nel Giardino dei giornalisti Cardinal Ravasi conversando con alcuni dei più prestigiosi esponenti della categoria ha affrontato proprio il tema dell’innovazione, leggendo il processo tecnologico come una riproposizione di illuminazioni che in passato rischiararono anche il cammino di Gesù che, spiego con grande semplicità il cardinale” già parlava in 140 caratteri e anche meno , con le sue parabole, tipo: beati i poveri”.