Capitolo X

«Reimmaginare il giornalismo all’epoca del digitale, combinando l’innovazione digitale con il potere del giornalismo che non ha paura di nulla. […] avere come scopo un giornalismo originale e indipendente, approfondito e frutto di un gran lavoro di ricerca, di fact checking e di controllo delle fonti, ma che sia anche ben scritto. Ci guida soprattutto la convinzione che la buona salute di una democrazia sia strettamente legata all’esistenza di un pubblico non solo informato, ma profondamente coinvolto»

E’ questo il programma di lavoro di Glenn Greenwald, uno dei fuoriclasse del giornalismo ocntemporaneo.Lo abbiamo incontrato più volte nel corso del nostro viaggio.E’ lui la spalla di Eduard Snowden nella rivelazione sullo spionaggio globale della NSA americana ,insieme alla instancabile Laura Poitras , che,con il Pulitzer è riuscita a vincere anche l’Oscar nel 2015 con il film documentario Citizenfour (http://en.wikipedia.org/wiki/Citizenfour ). Un prtogramma che è diventato , com e accade spesso ormai per i giornalisti anglo americani, un’azienda, la First Look Media (https://firstlook.org/ ).
Reimmaginare, oppure, come abbiamo detto noi dall’inizio, re-thinking.Ripensare, radicalmente una professione, una cultura, una pratica, come il giornalismo, ormai stritolato da un processo sociale, la consapevolezza interconnessa, che esso staesso ha contribuito a generare.Questo è il programma minimo, ci verrebbe da dire, all’ordine del giorno di tutte le redazioni. Ma anche fuori dalle testate, nella società, negli uffici dellka pubblica amministrazione, negli staff di sindaci o assessori di regioni e città, al vertice di ospedali o di associazioni, nelle direzioni marketing di aziende e imprese.Ser, come affermiamo, il giornalismo si dilata e per questo perde le sue caratteristiche elitarie, vuol dire che tutto diventa giornalismo. Per questo lo slogan che prendiamo a prestito dalle grandi monarchie assolutiste: il giornalismo è morto, viva il giornalismo.
Del resto come potremmo pen sare di lasciare inalterato una cultura, come quella giornalistica, che vive raccontando il proprio contesto, descrivendo i cambiamenti della società in cui è radicato, di cui è linguaggio, resocontando la propria trasformazione.
Il giornalismo è condannato ha narrare la propria estinzione.
Ma anche ad anticipare l’evoluzione altrui. Infatti se la reter, come abbiamo visto ha sminuzzato e ridisegnato le forme del giornalismo, oggi possiamo dire che i giornalisti stanno concorrendo a creare un senso comune che introduce nella rete forme di conflittualità e di resistenza.
Non a caso greenwald scrive nel suo manifesto “Ci guida soprattutto la convinzione che la buona salute di una democrazia sia strettamente legata all’esistenza di un pubblico non solo informato, ma profondamente coinvolto»
Non solo informato dunque, non solo sodisfatto dalle risposte che riceve da Google o alle connessioni che Facebook rende possibili, ma anche coinvolto, in maniera autonoma e sovrana, aggiungiamoi noi.
Questi due aggettivi stanno dando un nuovo senso a quanto accade in rete proprio in questi tempi. Dopo la grande stagione della ribellione,dopo gli anni in cui i sacerdoti del sapere e delle notizie sono stati logorati e scalzati dai loro piedistalli, come anche la storia ci insegna, alcuni ribelli sono diventati despoti.

I trozskisty della rete

Il famoso spot di Ridley Scott, con cui fu lanciato il MacII dirante il superBowl di San Francisco il 24 gennaio del 1984, che abbiamo rivisto ripetutamente nel nostro percorso, si concludeva, con il martello della giovane ribelle che irrompeva nella sala degli automiche infrangeva il megaschermo da cui pontificava il grande fratello, e subito dopo risuonava l’ammonimento: affinchè il 1984 non sia un 1984”.Il riferimento era, ovviamente al libro di George Orwell che denunciava il rischio di una società totalitaria. Quel quesito oggi ritorna, sotto altre spoglie: La rete è stata un vettore di totalitarismo? Insomma siamo più o meno liberi rispetto a 30 anni fa?Insomma il 1984 è stato un 1984?
Una lunga teoria di brillanti pionieri di Internet, da Andrea Keen, che ha rilanciato il tema con un suo libro Internet non è la risposta (http://spogli.blogspot.it/2015_01_25_archive.html ),a Nicolas Carr con il suo Internet ci rende stupidi? (http://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_G._Carr ), o ancora Evgeny Morozov ,The net delusion, (http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-04-14/evgeny-morozov-161204.shtml?uuid=AarH9tOD ) da qualche hanno stanno suonando il de profundis della rete. IL tono e il contenuto delle loro argomentazione appare impressionantemente convergente: noi credavamo che la rete fosse il paradiso terrestre ora scopriamo che non lo è. Un atteggiamento non dissimile a quello del filone troskista di fronte alla degenerazione stalinista della rivoluzione d’ottobre: credevamo che dopo la presa del Palazzo d’Inverno si potesse instaurare il regno della felicità e vediamo un’inferno. Tutti e due i gruppi arrivano alla stessa conclusione: tradimento. L’ottobre sovietico è fallito perchè Stalin era un demonio, e la rete sta diventando un nuovo 1984 perchè ci sono i cattivi alla testa dei grandi gruppi tecnologici.

Credo che si tratti dello stesso errore: un fenomeno complesso non può essere semplificato e limitato alla caratterialità di questo o quel personaggio.Sopratutto non si può fare questa contorsione al solo scopo di salvare se stessi. Io credevo che tutto fosse buono in buona fede se ho sbagliato la colpa è degli altri. Vale per Troskty sui bolscevichi e per Keen, Carr e Morozov sui social network.

In entrambi i casi si tratta di una reazione psicoanalitica , che affiora per il troppo coinvolgimento. Il vero nodo è capire come fenomeni sociali,qauli è stata la rivoluzione russa o il diffondersi nell’intero pianeta delle relazioni digitali, siano decifrabili alla luce dei comportamenti sociali.

Già Mc Luhan, lo abbiamo ricordato, ci avvertiva che “Il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo e di schemi che introduce nei rapporti umani ” .
Una grande intuizione la sua, per il tempo in cui l’aforismo fu formulato:1964. Siamo proprio nella preistoria dei media elettronici. E il grand mass mediologo prefigura una relazione diretta fra ritmo, masterialità dei nuovi linguaggi, sistemi utenti e interfacce e le relazioni umane.
E’ in questa interazione che oggi si annida il nuovo potere, anzi il rischio di un nuovo totalitarismo. Ma per questo bisogna promuovere forme di partecipazione e di ocnflittualità attiva per neutralizzare quersto rtischio. A partire dai soggetti osicali, dalle figure professionali e dalle modalità di utenza che interferiscono con la rete.
Internet, o meglio quel fenomeno che si basa sul decentramento della potenza di calcolo all’individuo, che ha visto in pochi anni centinaia di milioni di individui scendere in campo e misurarsi direttamente con i grandi poteri culturali, professionali, economici e geo politici, non è certo il paradiso terrestre. Tutt’altro. E’ uno straordinario sistema sociale dove l’uomo ha una nuova e avanzatissima opportunità di emancipazione, enormemente superiore all’era della fabbrica e della manifattura materiale, ma al tempo stesso è un ambiente dove si profilano nuovi poteri e nuove minacce alla nostra autonomia.
esattamente come fu la rivoluzione d’ottobre, o il Risorgimento, o la primavera raba: fenomeno che spostano in avanti il confronto politico culturale ma che non sono mai buoni o sicuri una volta per tutte.
Al centro della scena c’è sempre il conflitto, ossia la capacità dei sopggetti di contrapporsi e di controllarsi reciprocamente. Questo è il buco nero in cui stiamo cadendo: una mancanza di consapevolezza del conflitto digitale.Se, come è stato fatto con il capitalismo industriale lungo tutto il XX° secolo, in cui il movimento operaio ha saputo negoziare con il capitale le forme di convivenza civile, realizzando quelle straordinarie mediazioni e intese che sono state il well fare e i diritti sociali, così bisogna trovare le capacità per intervenire nel nuovo ambiente digitale, negoziando e spostando in avanti gli equilibri con i grandi poteri tecnologici.
se si lascia campo libero a Google o a Facebook, allora la rete sarà un grande luogo di nuove manipolazioni sociali.
Spiega il filosofo Umberto Galimberti nel suo tomo Psiche e Tecnè (Feltrinelli,Milano 1999) la posta in gioco rtiguarda proprio il destino dell’uomo: superato un certo livello ,la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario. Per questo,conclude Galimberti, i nuovi media sono un mondo che sostituisce il mondo.
Il dualismo fra tecnica e uomo, meglio ancora fra sistema digitale e dunque algoritmo , e il suo utente, e’ la nuova forma del conflitto sociale. Siamo ancora oltre la soglia già avanzata di Baumann ,che ci ammoniva come oggi la lotta di classe venga sostituita dalla lotta per apparire. Siamo ad una contrapposizione vitale fra la prorompente potenza del sapere, che procede secondo una logica geoimetrica , raddoppiando, come ci dice la legge di Moore, ogni 18 mesi, e lìuomo che si vede sempre più marginale, diventare appunto funzionario e non impresario del pensiero digitale.
E’ evidente che se in questa morsa non irrompe una nuova cultura politica in grado di riorganizzare interessi e forse sociali per introdurre forme di controllo e di contrapèposizione alla direzione , tutta commerciale, che ha preso il sapere, la partita potrebbe diventare tragica.
Nel lontano aprile del 2000, su Wired, Bill Joy, il vice presidente di Sun Microsystem , scrisse un articolo che annunciava i termini di questo nuovo conflitto (http://www.tmcrew.org/eco/nanotecnologia/billjoy.htm )”Il futuro non avrà più bisogno di noi” era l’esplicito titolo di un ragionamento, condotto da un profondo conoscitore e protagonista del progresso tecnologico, che spiegava come, seguendo il crinale della proigressione tecnologica entro alcuni decenni, si parlava del 20045 le nanotecnologie sarebbe del tutto sfuggite al nostro controllo. Oggi possiamo dire che la compiutezza degli algoritmi, la loro capacità di leggere lòe nostre anime, sia tale da profilare e prevedere i nostri comportamenti. E’ indispensabile che la cultura civile del pianeta trovi una via, progressiva e non oscurantista, per porre non limiti, ma contgropoteri a questa dinamica.
Si tratta di non procedere per veti o sottrazioni , ma semmai per elaborare soluzioni e culture più vantaggiose, più efficaci, più potenti di quanto ci propongano i nuovi santuari dell’algoritmo.
Come scrive Matteo Pasquinelli nel suo ultimo libro Gli Algoritmi del capitale (Ombre Corte,Verona,2014) ” la tecnologia deve essere accellerata proprio perchè necessaria per vincere i conflitti sociali stessi ”
L’oggetto della contesa sociale, del conflitto digitale è proprio l’ìalgoritmo, ossia quella esoterisca esporessione matematica che contiene i comandi e le istruzioni per risolvere i problemi cognitivi.Page Rank di Google ne è il mitologico esempio.Una lunga serie di oggetti matematici che guidano computer e server nella soluzione dei problemi che poniamo noi con le nostre query. E’ una soluzione oggettiva? obbligata? unica? esclusiva? neutra? Gia solo porre queste domande suona strano, eccetrico, peggio, ideologico.Eppure solo se una pratica professionale, come quella giornalistica, che si vede costantemente minacciata dall’espanzione di questo algoritmo, rompe l’incantesimo della neutralità, si può riaprire il gioco democratico e pluralista. Un grande intellettuale della modernità post fordista, un pioniere della società della comunicazione totalizzante, come Gilles Deleuze, scomparso nel 1995, nel suo saggio Controllo e Divenire riuscì a centrae una categoria critica rispetto al macchinismo digitale, così scriveva: Ad ogni tipo di società,evidentemente, si può far corrispondere un tipo di macchina:le macchine semplici o dinamiche per le società di sovranità,le macchine energetiche per quelle disciplinari,le cibernetiche e i computer per le società di controllo.Ma le macchine non spiegano nulla,si devono invece analizzare i concatenamenti collettivi di cui ler macchine non sono che un aspetto”.
Se dovessi sintetizzare la mission, il sneso , del progetto Giornalisti nella rete direi che è proprio la sollecitazione al mondo della comunicazione a concentrare la propria attenzione sui ” concatenamenti collettivi” che orientano e guidano le macchine che ci sostituiscono.
Per questo la crisi del mondo della comunicazione, le nuove forme di cittadinanza digitale, le nuove elites politiche, i nuovi movimenti a rete sono segmenti di una nuova cultura e dinamica che deve animare un vitale conflitto sulla rete che riduca lo strapotere dei monopoli e apra spazi e opportunità per uno sviluppo più trasparente. Su questo lavoreremo e a questo fine legheremo il nostro piccolo, ma non isolato contributo. Fuori dal cerchio.
Il libro di Dave Eggers Il Cerchio ( Mondadori, Milano,2014) che abbiamo utilizzato come una delle metafore di orientamento del nostro percorso formativo, ci offre uno scenario non paranoico, e nemmeno catastrofista. Eggers nella sua descrizione dell’espazione opprimente di un socialnetwork che assomiglia tremendamente a come potrebbe essere Facebook fra solo 5 anni, prolunga, pacatamente verrebbe voglia di dire, senza esagerazioni o forzature, la traiettoria dei dispositivi digitali e dei comportamenti sociali che la macchina relazionale di Mark Zuckerberg ha già dispeigato oggi.
Eggers quando ha scritto il suo libro non sapeva ancora del “cerchio” in cui Facebook sta chiudendo il sistema giornalistico con l’accordo che ha già stabilito con alcuni grandi giornasli anglo americani come il New York Times e il Guardian. E’ questo il tema che ricorre ossessivamente in tutto il nostro ragionamento. L’edicola globale, le notizie come erogazioner discrezionale di un social network che prima ci profila e poi ci alimenta.
Da questo cerchio si esce con più sapere, più asutonomia e più sovranità nel proprio mestiere.
meno supporti , meno collaboratori, meno competenze doibbiamo richiedere per operare competitivament ein rete più sdiamo in grado di negoziare la nostra autonomia professionale e dunque il nostro valore sul percato. Pe rquersto abbiamo dato alcune indicazioni su come integrare la cassetta degli attrezzi: forgiare i propri strumenti è la caratteristica dell’artigiano. Di quella figura che segnò l’ultima straordinaria convergenza fra la cultura umanistica e le competenze scientifiche. dal rinascimento, da Galileo e Spinoza, poi la scissione dei saperi. In quel gorgo che si è creato è stata , progressivamente inghiottita la complessità culturale del nostro genere, che si è sempre più assimilato ad una serie numerica.’algoritmo come causa e non come conseguenza è proprio il risultato di questa grande sconfitta culturale. Ricomporre questa forbice è oggi un tema non distintio da una nuova dignità professionale al tempo della potenza di calcolo. Ma è anche un terreno di lotta per salvaguardare la nostra convivenza, la nostra democrazia.

La democrazia del Mi Piace

Probabilmente le elezioni di mid term, del novembre del 2014, negli USA, che hanno dissolto l’aura kennediana di Obama, sono state le ultime sui conflitti fra le personalità politiche e sulla mobilitazione delle comunità dei cittadini.

Le prossime, già dalle presidenziali del 2016, per le quali si annunciano in campo le armate digitali di Hillary Clinton e del repubblicano Rubio, potrebbero essere le prime tutte socialnetwork, o meglio, tutte condotte all’ombra di un algoritmo.
Le prove generali sono già in corso.
Facebook è già in campo con il suo badge “ho votato”. Una specie di I like in chiave elettorale, che spinge i suoi 100 milioni di afficionados americani a manifestare ai propri amici il proprio voto. Una mobilitazione digitale, guidata dal socialnetwork che già nel 2008 portò al voto piu’ di 340 mila elettori. Oggi il meccanismo è ulteriormente affinato .Non solo crea imitazione ma sopratutto determina una convergenza di informazioni .Infatti , in prossimità delle elezioni i filtri che orientano e personalizzano su ogni singola pagina degli utenti americani sono stati modificati, facendo emergere come dominanti le notizie di attualità che poteva concorrere alla scelta elettorale .Un incremento di attenzione che avrebbe portato, secondo i sondaggi al voto almeno il 3 % in più di quanti avevano deciso di votare. Niente di male si dirà, peccato che nessuno è stato informato che la propria pagina veniva manipolata, e che si analizzavano i comportamenti dei singoli utenti rispetto a certi temi e certi candidati.
Qualcosa di ancora più intrusivo è attuato da Google.Che non solo determina i comportamenti cognitivi di milioni di persone gestendo e orientando le gerarchie delle informazioni che distribuisce, ma ora agisce direttamente come lobby politica sui grandi centri decisionali americani ed europei con una massiccia struttura di intervento che ha il potere di spendere qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari l’anno, più di Golden Sach, la banca d’affari e di rating globale nota per le sue azioni di intromissione istituzionali sull’intero globo.
Qualcosa di rilevasnte sta mutando nelle cattedrali dell’algoritmo.
Ora rispondere alla domanda se il 1984 sia stato un cupo 1984 diventa più imbarazzante.
. Lo sbriciolamento della cultura e dell’ economia fordista, sotto i colpi delle nuove domande sociali che affioravano dai ceti giovanili metropolitani ha portato ad una stagione di liberazione e di protagonismo pulviscolare.
Una straordinaria stagione di protagonismo individuale e cooperativo che ha prodotto una masse di sapere, competenze e sopratutto consapevolezza di ogni singolo cittadino tale3 da ridisegnare le mappe geopolitiche e geo economiche del pianeta. Possiamo dire che nessun apparato che prima era verticale, gerarchico e autoritario è rimasto al riparo dalla domanda di partecipazione attiva di ogni utente della rete.
L’ultimo caso ci viene proposto dalla conclusione del Sinodo cattolico sulla famiglia. Un evento di una portata storica che verrà ricordato e decifrato per lungo tempo in futuro. Una delle comunità più verticali per antonomasia (su questa pietra erigerai la mia chiesa in nome mio…….) ha scelto di farsi rete, di assumere linguaggi e pratiche da socialnetwork per reggere l’onda ‘d’urto della domanda di partecipazione che sale dalle comunità. Papa Francesco ha messo in campo, rischiando epiloghi gorbacioviani, il suo primato indiscusso, esponendosi ad una consultazione inedita dell’intero popolo di Dio. Lo stesso è accaduto in questi lustri al mercato economico, dove il centro occidentale è stato aggirato e affiancato da paesi e territori prima periferia del mondo. Nell’arena politica dove leadership e carisma sono stati logorati e ridimensionati da una continua capoacitàù di controllo e interdizioni delle opinioni pubbliche globali. In ambito religioso, oltre a quanto detto nel recinto cattolico, vediamo quanto sia in fermento il fronte islamico, dove prima le primavere del 2011,poi la reazione dell’integralismo del califfato hanno messo sotto tiro le aristocrazie del petrolio.
Tutto questo grazie al computer e alla rete? no.Tutto questo grazie alla domanda sociale di relazioni di di protagonismo che hanno alimentato e innestato l’uso della rete.Dire che è merito di internet significa dire che la riforma protestante è stata fatta dalla stampa con cui Martin Lutero diffondeva le sue tesi, o che la rivoluzione russa è stata fatta dal treno con cui Lenin arrivò a S.Pietroburgo.
Invece e’ sempre l’uomo, con i suoi bisogni, le sue ambizioni, i suoi segni e i suoi sogni che cambia la scena tecnologica: dalla oralita’ alla scrittura, al libro copiato, alla stampa, alle reti di trasporto e infine al ciclo dell’elettricità.
In ogni passaggio notiamo una identica dinamica: shock, liberazione, nuopvi potentati, conflitto, superamento dell’equilibrio tecnologico.
Il mondo digitale non fa eccezione .Se torniamo al 1984, a quel fatidico 24 gennaio, vediamo come allora Apple fosse l’emblema di una nave corsara che guidava l’assalto ai galeoni monopolistici. Poi Microsoft si insediò nello spazio lasciato da IBM, e successivamente Steve Jobs trovò un linguaggio, lo status symbol della tecnologia seducente, per spostare l’ingombro di Bill Gates, e poi arrivò Google a imporre la potenza di un processo di ricerca aperto, rilanciando e globalizzando la sfida di Linux.Ma ora? Ora siamo in presenza di un nuovo califfato del software. Come ci diceva prima Calvino, nelle sue Lezioni Americane, e poi spiegava dettagliatamente Lev Manovich, oggi tutto è software. Tutto il nostro pensiero si forma, si formatta, si comunica e viene stoccato grazie alle logiche del software.Ma quale software? Quello del califfato di Google e di Facebook. I numeri parlano da soli: 65% di ricerche mondiali, 30% di pubblicità mondiale,55% di controllo dei dati base culturali, più di un miliardo e 350 milioni di i9ndividui ogni giorno sul socialnetwork di Mark Zuckerbie.
Torniamo al gorgo che tutto risucchia: l’algoritmo è neutro? La soluzione di ogni problerma legato ai nostri desideri e bisogni è unica ed essenziale? O, come 50 anni di sociologia dei consumi ci hanno insegnato, già l’insorgere dei desideri e delle necessità è segno di una subalternità a chi li soddisfa?
La struttura semantica a cui mi costringe Google,Facebook, e Twitter è assolutamente oggettiva? O piutttosto il procedere per sottrazione togliendo aggettivi, avverbi e complementi mi costringe a pensare come chi progetta quel sistema? I linguaggi nasturali, le modalità di accesso, le selezioni dei contenuti, le directory di catalogazione sono tutti elementi unici, senza alternativa?m e poi più banalmente: la concatenazione fra i servizi e le opportunità che la potenza di calcolo stabilisce fra i vari prodotti di uno stesso brand (Google now, Google Map, Google reading, ecc)è solo una scorciatoia o e ‘ un recinto da cui non si scappa?
Infine, quando il driver delle attività digitali non saranno più i giochini banali e frivoli delle relazioni digitali ( messaggi, social, blogging) ma diverranno, come è già alle viste, le nuove soluzioni genetiche che accadrà? Quando sarà palese che, come dice Craig Vender, che il computer non serve a comunicare ma a riprogrammare la vita il dominio di un solo algoritmo lascierà tutto indifferente? Applicare una certa logica nella selezione e archiviazione dei dati del genoma sarà davvero neutro?
E la storia può, dopo aver fatto cadere l’impero Romano, il dominio degli arabiu, la logica degli imperi, il monopolio della Exxon, della Ford e dell’ATT, si potrà mai fermare dinanzi al dominio di Google che dopo 30 anni rischia di far diventare il 1984 un vero 1984?
Non è questa la base di quel conflitto digitale che deve dare forza e forma alla nuova politica al tempo della rete? Chi deve negoziare l’algoritmo? Con quali valori e interessi prioritari? Queste sono le domande che potrebbero rimettere al centro della scena un modo di organizzare il sapere e di trasdmetterlo, con autonomia e sovranità, che una volta si chiamava giornalismo.