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Capitolo X

«Reimmaginare il giornalismo all’epoca del digitale, combinando l’innovazione digitale con il potere del giornalismo che non ha paura di nulla. […] avere come scopo un giornalismo originale e indipendente, approfondito e frutto di un gran lavoro di ricerca, di fact checking e di controllo delle fonti, ma che sia anche ben scritto. Ci guida soprattutto la convinzione che la buona salute di una democrazia sia strettamente legata all’esistenza di un pubblico non solo informato, ma profondamente coinvolto»

E’ questo il programma di lavoro di Glenn Greenwald, uno dei fuoriclasse del giornalismo ocntemporaneo.Lo abbiamo incontrato più volte nel corso del nostro viaggio.E’ lui la spalla di Eduard Snowden nella rivelazione sullo spionaggio globale della NSA americana ,insieme alla instancabile Laura Poitras , che,con il Pulitzer è riuscita a vincere anche l’Oscar nel 2015 con il film documentario Citizenfour (http://en.wikipedia.org/wiki/Citizenfour ). Un prtogramma che è diventato , com e accade spesso ormai per i giornalisti anglo americani, un’azienda, la First Look Media (https://firstlook.org/ ).
Reimmaginare, oppure, come abbiamo detto noi dall’inizio, re-thinking.Ripensare, radicalmente una professione, una cultura, una pratica, come il giornalismo, ormai stritolato da un processo sociale, la consapevolezza interconnessa, che esso staesso ha contribuito a generare.Questo è il programma minimo, ci verrebbe da dire, all’ordine del giorno di tutte le redazioni. Ma anche fuori dalle testate, nella società, negli uffici dellka pubblica amministrazione, negli staff di sindaci o assessori di regioni e città, al vertice di ospedali o di associazioni, nelle direzioni marketing di aziende e imprese.Ser, come affermiamo, il giornalismo si dilata e per questo perde le sue caratteristiche elitarie, vuol dire che tutto diventa giornalismo. Per questo lo slogan che prendiamo a prestito dalle grandi monarchie assolutiste: il giornalismo è morto, viva il giornalismo.
Del resto come potremmo pen sare di lasciare inalterato una cultura, come quella giornalistica, che vive raccontando il proprio contesto, descrivendo i cambiamenti della società in cui è radicato, di cui è linguaggio, resocontando la propria trasformazione.
Il giornalismo è condannato ha narrare la propria estinzione.
Ma anche ad anticipare l’evoluzione altrui. Infatti se la reter, come abbiamo visto ha sminuzzato e ridisegnato le forme del giornalismo, oggi possiamo dire che i giornalisti stanno concorrendo a creare un senso comune che introduce nella rete forme di conflittualità e di resistenza.
Non a caso greenwald scrive nel suo manifesto “Ci guida soprattutto la convinzione che la buona salute di una democrazia sia strettamente legata all’esistenza di un pubblico non solo informato, ma profondamente coinvolto»
Non solo informato dunque, non solo sodisfatto dalle risposte che riceve da Google o alle connessioni che Facebook rende possibili, ma anche coinvolto, in maniera autonoma e sovrana, aggiungiamoi noi.
Questi due aggettivi stanno dando un nuovo senso a quanto accade in rete proprio in questi tempi. Dopo la grande stagione della ribellione,dopo gli anni in cui i sacerdoti del sapere e delle notizie sono stati logorati e scalzati dai loro piedistalli, come anche la storia ci insegna, alcuni ribelli sono diventati despoti.

I trozskisty della rete

Il famoso spot di Ridley Scott, con cui fu lanciato il MacII dirante il superBowl di San Francisco il 24 gennaio del 1984, che abbiamo rivisto ripetutamente nel nostro percorso, si concludeva, con il martello della giovane ribelle che irrompeva nella sala degli automiche infrangeva il megaschermo da cui pontificava il grande fratello, e subito dopo risuonava l’ammonimento: affinchè il 1984 non sia un 1984”.Il riferimento era, ovviamente al libro di George Orwell che denunciava il rischio di una società totalitaria. Quel quesito oggi ritorna, sotto altre spoglie: La rete è stata un vettore di totalitarismo? Insomma siamo più o meno liberi rispetto a 30 anni fa?Insomma il 1984 è stato un 1984?
Una lunga teoria di brillanti pionieri di Internet, da Andrea Keen, che ha rilanciato il tema con un suo libro Internet non è la risposta (http://spogli.blogspot.it/2015_01_25_archive.html ),a Nicolas Carr con il suo Internet ci rende stupidi? (http://it.wikipedia.org/wiki/Nicholas_G._Carr ), o ancora Evgeny Morozov ,The net delusion, (http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-04-14/evgeny-morozov-161204.shtml?uuid=AarH9tOD ) da qualche hanno stanno suonando il de profundis della rete. IL tono e il contenuto delle loro argomentazione appare impressionantemente convergente: noi credavamo che la rete fosse il paradiso terrestre ora scopriamo che non lo è. Un atteggiamento non dissimile a quello del filone troskista di fronte alla degenerazione stalinista della rivoluzione d’ottobre: credevamo che dopo la presa del Palazzo d’Inverno si potesse instaurare il regno della felicità e vediamo un’inferno. Tutti e due i gruppi arrivano alla stessa conclusione: tradimento. L’ottobre sovietico è fallito perchè Stalin era un demonio, e la rete sta diventando un nuovo 1984 perchè ci sono i cattivi alla testa dei grandi gruppi tecnologici.

Credo che si tratti dello stesso errore: un fenomeno complesso non può essere semplificato e limitato alla caratterialità di questo o quel personaggio.Sopratutto non si può fare questa contorsione al solo scopo di salvare se stessi. Io credevo che tutto fosse buono in buona fede se ho sbagliato la colpa è degli altri. Vale per Troskty sui bolscevichi e per Keen, Carr e Morozov sui social network.

In entrambi i casi si tratta di una reazione psicoanalitica , che affiora per il troppo coinvolgimento. Il vero nodo è capire come fenomeni sociali,qauli è stata la rivoluzione russa o il diffondersi nell’intero pianeta delle relazioni digitali, siano decifrabili alla luce dei comportamenti sociali.

Già Mc Luhan, lo abbiamo ricordato, ci avvertiva che “Il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo e di schemi che introduce nei rapporti umani ” .
Una grande intuizione la sua, per il tempo in cui l’aforismo fu formulato:1964. Siamo proprio nella preistoria dei media elettronici. E il grand mass mediologo prefigura una relazione diretta fra ritmo, masterialità dei nuovi linguaggi, sistemi utenti e interfacce e le relazioni umane.
E’ in questa interazione che oggi si annida il nuovo potere, anzi il rischio di un nuovo totalitarismo. Ma per questo bisogna promuovere forme di partecipazione e di ocnflittualità attiva per neutralizzare quersto rtischio. A partire dai soggetti osicali, dalle figure professionali e dalle modalità di utenza che interferiscono con la rete.
Internet, o meglio quel fenomeno che si basa sul decentramento della potenza di calcolo all’individuo, che ha visto in pochi anni centinaia di milioni di individui scendere in campo e misurarsi direttamente con i grandi poteri culturali, professionali, economici e geo politici, non è certo il paradiso terrestre. Tutt’altro. E’ uno straordinario sistema sociale dove l’uomo ha una nuova e avanzatissima opportunità di emancipazione, enormemente superiore all’era della fabbrica e della manifattura materiale, ma al tempo stesso è un ambiente dove si profilano nuovi poteri e nuove minacce alla nostra autonomia.
esattamente come fu la rivoluzione d’ottobre, o il Risorgimento, o la primavera raba: fenomeno che spostano in avanti il confronto politico culturale ma che non sono mai buoni o sicuri una volta per tutte.
Al centro della scena c’è sempre il conflitto, ossia la capacità dei sopggetti di contrapporsi e di controllarsi reciprocamente. Questo è il buco nero in cui stiamo cadendo: una mancanza di consapevolezza del conflitto digitale.Se, come è stato fatto con il capitalismo industriale lungo tutto il XX° secolo, in cui il movimento operaio ha saputo negoziare con il capitale le forme di convivenza civile, realizzando quelle straordinarie mediazioni e intese che sono state il well fare e i diritti sociali, così bisogna trovare le capacità per intervenire nel nuovo ambiente digitale, negoziando e spostando in avanti gli equilibri con i grandi poteri tecnologici.
se si lascia campo libero a Google o a Facebook, allora la rete sarà un grande luogo di nuove manipolazioni sociali.
Spiega il filosofo Umberto Galimberti nel suo tomo Psiche e Tecnè (Feltrinelli,Milano 1999) la posta in gioco rtiguarda proprio il destino dell’uomo: superato un certo livello ,la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario. Per questo,conclude Galimberti, i nuovi media sono un mondo che sostituisce il mondo.
Il dualismo fra tecnica e uomo, meglio ancora fra sistema digitale e dunque algoritmo , e il suo utente, e’ la nuova forma del conflitto sociale. Siamo ancora oltre la soglia già avanzata di Baumann ,che ci ammoniva come oggi la lotta di classe venga sostituita dalla lotta per apparire. Siamo ad una contrapposizione vitale fra la prorompente potenza del sapere, che procede secondo una logica geoimetrica , raddoppiando, come ci dice la legge di Moore, ogni 18 mesi, e lìuomo che si vede sempre più marginale, diventare appunto funzionario e non impresario del pensiero digitale.
E’ evidente che se in questa morsa non irrompe una nuova cultura politica in grado di riorganizzare interessi e forse sociali per introdurre forme di controllo e di contrapèposizione alla direzione , tutta commerciale, che ha preso il sapere, la partita potrebbe diventare tragica.
Nel lontano aprile del 2000, su Wired, Bill Joy, il vice presidente di Sun Microsystem , scrisse un articolo che annunciava i termini di questo nuovo conflitto (http://www.tmcrew.org/eco/nanotecnologia/billjoy.htm )”Il futuro non avrà più bisogno di noi” era l’esplicito titolo di un ragionamento, condotto da un profondo conoscitore e protagonista del progresso tecnologico, che spiegava come, seguendo il crinale della proigressione tecnologica entro alcuni decenni, si parlava del 20045 le nanotecnologie sarebbe del tutto sfuggite al nostro controllo. Oggi possiamo dire che la compiutezza degli algoritmi, la loro capacità di leggere lòe nostre anime, sia tale da profilare e prevedere i nostri comportamenti. E’ indispensabile che la cultura civile del pianeta trovi una via, progressiva e non oscurantista, per porre non limiti, ma contgropoteri a questa dinamica.
Si tratta di non procedere per veti o sottrazioni , ma semmai per elaborare soluzioni e culture più vantaggiose, più efficaci, più potenti di quanto ci propongano i nuovi santuari dell’algoritmo.
Come scrive Matteo Pasquinelli nel suo ultimo libro Gli Algoritmi del capitale (Ombre Corte,Verona,2014) ” la tecnologia deve essere accellerata proprio perchè necessaria per vincere i conflitti sociali stessi ”
L’oggetto della contesa sociale, del conflitto digitale è proprio l’ìalgoritmo, ossia quella esoterisca esporessione matematica che contiene i comandi e le istruzioni per risolvere i problemi cognitivi.Page Rank di Google ne è il mitologico esempio.Una lunga serie di oggetti matematici che guidano computer e server nella soluzione dei problemi che poniamo noi con le nostre query. E’ una soluzione oggettiva? obbligata? unica? esclusiva? neutra? Gia solo porre queste domande suona strano, eccetrico, peggio, ideologico.Eppure solo se una pratica professionale, come quella giornalistica, che si vede costantemente minacciata dall’espanzione di questo algoritmo, rompe l’incantesimo della neutralità, si può riaprire il gioco democratico e pluralista. Un grande intellettuale della modernità post fordista, un pioniere della società della comunicazione totalizzante, come Gilles Deleuze, scomparso nel 1995, nel suo saggio Controllo e Divenire riuscì a centrae una categoria critica rispetto al macchinismo digitale, così scriveva: Ad ogni tipo di società,evidentemente, si può far corrispondere un tipo di macchina:le macchine semplici o dinamiche per le società di sovranità,le macchine energetiche per quelle disciplinari,le cibernetiche e i computer per le società di controllo.Ma le macchine non spiegano nulla,si devono invece analizzare i concatenamenti collettivi di cui ler macchine non sono che un aspetto”.
Se dovessi sintetizzare la mission, il sneso , del progetto Giornalisti nella rete direi che è proprio la sollecitazione al mondo della comunicazione a concentrare la propria attenzione sui ” concatenamenti collettivi” che orientano e guidano le macchine che ci sostituiscono.
Per questo la crisi del mondo della comunicazione, le nuove forme di cittadinanza digitale, le nuove elites politiche, i nuovi movimenti a rete sono segmenti di una nuova cultura e dinamica che deve animare un vitale conflitto sulla rete che riduca lo strapotere dei monopoli e apra spazi e opportunità per uno sviluppo più trasparente. Su questo lavoreremo e a questo fine legheremo il nostro piccolo, ma non isolato contributo. Fuori dal cerchio.
Il libro di Dave Eggers Il Cerchio ( Mondadori, Milano,2014) che abbiamo utilizzato come una delle metafore di orientamento del nostro percorso formativo, ci offre uno scenario non paranoico, e nemmeno catastrofista. Eggers nella sua descrizione dell’espazione opprimente di un socialnetwork che assomiglia tremendamente a come potrebbe essere Facebook fra solo 5 anni, prolunga, pacatamente verrebbe voglia di dire, senza esagerazioni o forzature, la traiettoria dei dispositivi digitali e dei comportamenti sociali che la macchina relazionale di Mark Zuckerberg ha già dispeigato oggi.
Eggers quando ha scritto il suo libro non sapeva ancora del “cerchio” in cui Facebook sta chiudendo il sistema giornalistico con l’accordo che ha già stabilito con alcuni grandi giornasli anglo americani come il New York Times e il Guardian. E’ questo il tema che ricorre ossessivamente in tutto il nostro ragionamento. L’edicola globale, le notizie come erogazioner discrezionale di un social network che prima ci profila e poi ci alimenta.
Da questo cerchio si esce con più sapere, più asutonomia e più sovranità nel proprio mestiere.
meno supporti , meno collaboratori, meno competenze doibbiamo richiedere per operare competitivament ein rete più sdiamo in grado di negoziare la nostra autonomia professionale e dunque il nostro valore sul percato. Pe rquersto abbiamo dato alcune indicazioni su come integrare la cassetta degli attrezzi: forgiare i propri strumenti è la caratteristica dell’artigiano. Di quella figura che segnò l’ultima straordinaria convergenza fra la cultura umanistica e le competenze scientifiche. dal rinascimento, da Galileo e Spinoza, poi la scissione dei saperi. In quel gorgo che si è creato è stata , progressivamente inghiottita la complessità culturale del nostro genere, che si è sempre più assimilato ad una serie numerica.’algoritmo come causa e non come conseguenza è proprio il risultato di questa grande sconfitta culturale. Ricomporre questa forbice è oggi un tema non distintio da una nuova dignità professionale al tempo della potenza di calcolo. Ma è anche un terreno di lotta per salvaguardare la nostra convivenza, la nostra democrazia.

La democrazia del Mi Piace

Probabilmente le elezioni di mid term, del novembre del 2014, negli USA, che hanno dissolto l’aura kennediana di Obama, sono state le ultime sui conflitti fra le personalità politiche e sulla mobilitazione delle comunità dei cittadini.

Le prossime, già dalle presidenziali del 2016, per le quali si annunciano in campo le armate digitali di Hillary Clinton e del repubblicano Rubio, potrebbero essere le prime tutte socialnetwork, o meglio, tutte condotte all’ombra di un algoritmo.
Le prove generali sono già in corso.
Facebook è già in campo con il suo badge “ho votato”. Una specie di I like in chiave elettorale, che spinge i suoi 100 milioni di afficionados americani a manifestare ai propri amici il proprio voto. Una mobilitazione digitale, guidata dal socialnetwork che già nel 2008 portò al voto piu’ di 340 mila elettori. Oggi il meccanismo è ulteriormente affinato .Non solo crea imitazione ma sopratutto determina una convergenza di informazioni .Infatti , in prossimità delle elezioni i filtri che orientano e personalizzano su ogni singola pagina degli utenti americani sono stati modificati, facendo emergere come dominanti le notizie di attualità che poteva concorrere alla scelta elettorale .Un incremento di attenzione che avrebbe portato, secondo i sondaggi al voto almeno il 3 % in più di quanti avevano deciso di votare. Niente di male si dirà, peccato che nessuno è stato informato che la propria pagina veniva manipolata, e che si analizzavano i comportamenti dei singoli utenti rispetto a certi temi e certi candidati.
Qualcosa di ancora più intrusivo è attuato da Google.Che non solo determina i comportamenti cognitivi di milioni di persone gestendo e orientando le gerarchie delle informazioni che distribuisce, ma ora agisce direttamente come lobby politica sui grandi centri decisionali americani ed europei con una massiccia struttura di intervento che ha il potere di spendere qualcosa come un miliardo e mezzo di dollari l’anno, più di Golden Sach, la banca d’affari e di rating globale nota per le sue azioni di intromissione istituzionali sull’intero globo.
Qualcosa di rilevasnte sta mutando nelle cattedrali dell’algoritmo.
Ora rispondere alla domanda se il 1984 sia stato un cupo 1984 diventa più imbarazzante.
. Lo sbriciolamento della cultura e dell’ economia fordista, sotto i colpi delle nuove domande sociali che affioravano dai ceti giovanili metropolitani ha portato ad una stagione di liberazione e di protagonismo pulviscolare.
Una straordinaria stagione di protagonismo individuale e cooperativo che ha prodotto una masse di sapere, competenze e sopratutto consapevolezza di ogni singolo cittadino tale3 da ridisegnare le mappe geopolitiche e geo economiche del pianeta. Possiamo dire che nessun apparato che prima era verticale, gerarchico e autoritario è rimasto al riparo dalla domanda di partecipazione attiva di ogni utente della rete.
L’ultimo caso ci viene proposto dalla conclusione del Sinodo cattolico sulla famiglia. Un evento di una portata storica che verrà ricordato e decifrato per lungo tempo in futuro. Una delle comunità più verticali per antonomasia (su questa pietra erigerai la mia chiesa in nome mio…….) ha scelto di farsi rete, di assumere linguaggi e pratiche da socialnetwork per reggere l’onda ‘d’urto della domanda di partecipazione che sale dalle comunità. Papa Francesco ha messo in campo, rischiando epiloghi gorbacioviani, il suo primato indiscusso, esponendosi ad una consultazione inedita dell’intero popolo di Dio. Lo stesso è accaduto in questi lustri al mercato economico, dove il centro occidentale è stato aggirato e affiancato da paesi e territori prima periferia del mondo. Nell’arena politica dove leadership e carisma sono stati logorati e ridimensionati da una continua capoacitàù di controllo e interdizioni delle opinioni pubbliche globali. In ambito religioso, oltre a quanto detto nel recinto cattolico, vediamo quanto sia in fermento il fronte islamico, dove prima le primavere del 2011,poi la reazione dell’integralismo del califfato hanno messo sotto tiro le aristocrazie del petrolio.
Tutto questo grazie al computer e alla rete? no.Tutto questo grazie alla domanda sociale di relazioni di di protagonismo che hanno alimentato e innestato l’uso della rete.Dire che è merito di internet significa dire che la riforma protestante è stata fatta dalla stampa con cui Martin Lutero diffondeva le sue tesi, o che la rivoluzione russa è stata fatta dal treno con cui Lenin arrivò a S.Pietroburgo.
Invece e’ sempre l’uomo, con i suoi bisogni, le sue ambizioni, i suoi segni e i suoi sogni che cambia la scena tecnologica: dalla oralita’ alla scrittura, al libro copiato, alla stampa, alle reti di trasporto e infine al ciclo dell’elettricità.
In ogni passaggio notiamo una identica dinamica: shock, liberazione, nuopvi potentati, conflitto, superamento dell’equilibrio tecnologico.
Il mondo digitale non fa eccezione .Se torniamo al 1984, a quel fatidico 24 gennaio, vediamo come allora Apple fosse l’emblema di una nave corsara che guidava l’assalto ai galeoni monopolistici. Poi Microsoft si insediò nello spazio lasciato da IBM, e successivamente Steve Jobs trovò un linguaggio, lo status symbol della tecnologia seducente, per spostare l’ingombro di Bill Gates, e poi arrivò Google a imporre la potenza di un processo di ricerca aperto, rilanciando e globalizzando la sfida di Linux.Ma ora? Ora siamo in presenza di un nuovo califfato del software. Come ci diceva prima Calvino, nelle sue Lezioni Americane, e poi spiegava dettagliatamente Lev Manovich, oggi tutto è software. Tutto il nostro pensiero si forma, si formatta, si comunica e viene stoccato grazie alle logiche del software.Ma quale software? Quello del califfato di Google e di Facebook. I numeri parlano da soli: 65% di ricerche mondiali, 30% di pubblicità mondiale,55% di controllo dei dati base culturali, più di un miliardo e 350 milioni di i9ndividui ogni giorno sul socialnetwork di Mark Zuckerbie.
Torniamo al gorgo che tutto risucchia: l’algoritmo è neutro? La soluzione di ogni problerma legato ai nostri desideri e bisogni è unica ed essenziale? O, come 50 anni di sociologia dei consumi ci hanno insegnato, già l’insorgere dei desideri e delle necessità è segno di una subalternità a chi li soddisfa?
La struttura semantica a cui mi costringe Google,Facebook, e Twitter è assolutamente oggettiva? O piutttosto il procedere per sottrazione togliendo aggettivi, avverbi e complementi mi costringe a pensare come chi progetta quel sistema? I linguaggi nasturali, le modalità di accesso, le selezioni dei contenuti, le directory di catalogazione sono tutti elementi unici, senza alternativa?m e poi più banalmente: la concatenazione fra i servizi e le opportunità che la potenza di calcolo stabilisce fra i vari prodotti di uno stesso brand (Google now, Google Map, Google reading, ecc)è solo una scorciatoia o e ‘ un recinto da cui non si scappa?
Infine, quando il driver delle attività digitali non saranno più i giochini banali e frivoli delle relazioni digitali ( messaggi, social, blogging) ma diverranno, come è già alle viste, le nuove soluzioni genetiche che accadrà? Quando sarà palese che, come dice Craig Vender, che il computer non serve a comunicare ma a riprogrammare la vita il dominio di un solo algoritmo lascierà tutto indifferente? Applicare una certa logica nella selezione e archiviazione dei dati del genoma sarà davvero neutro?
E la storia può, dopo aver fatto cadere l’impero Romano, il dominio degli arabiu, la logica degli imperi, il monopolio della Exxon, della Ford e dell’ATT, si potrà mai fermare dinanzi al dominio di Google che dopo 30 anni rischia di far diventare il 1984 un vero 1984?
Non è questa la base di quel conflitto digitale che deve dare forza e forma alla nuova politica al tempo della rete? Chi deve negoziare l’algoritmo? Con quali valori e interessi prioritari? Queste sono le domande che potrebbero rimettere al centro della scena un modo di organizzare il sapere e di trasdmetterlo, con autonomia e sovranità, che una volta si chiamava giornalismo.

Capitolo III – Una Finestra sul Giardino

Capitolo 3

Una Finestra sul Giardino

 «Un giornalista politico può contare su circa millecinquecento lettori: i ministri e i sottosegretari (tutti), i parlamentari (parte), i dirigenti di partito, sindacalisti, alti prelati e qualche industriale che vuole mostrarsi informato. Il resto non conta, anche se il giornale vende trecentomila copie… Tutto il sistema è organizzato sul rapporto tra il giornalista politico e quel gruppo di lettori privilegiati… È l’atmosfera delle recite in famiglia, con protagonisti che si conoscono sin dall’infanzia, si offrono a vicenda le battute, parlano una lingua allusiva e, anche quando si detestano, si vogliono bene».

Enzo Forcella, Millecinquecento lettori, «Tempo presente», giugno 1959
La Finestra sul Cortile è il titolo della trasmissione radiofonica che ho realizzato insieme a Giulio Anselmi, su Rai RADIO 3, nel novembre del 2013, e che ha dato diversi spunti a questo libro.
Come capita spesso per i titoli giornalistici, abbiamo preso a prestito l’immaginario dell’indimenticabile film del 1954 di Alfred Hichtcock, con James Stewart e Grace Kelly.
Ma il riferimento non giocava solo sull’assonanza.
In quel film appariva una modernissima intuizione comunicativa, che trovò una sua consapevole teorizzazione solo dieci anni dopo, con la fin troppo nota definizione di Marshal McLuhan del Villaggio globale, che indicava una prima confidenziale socializzazione dello scenario della comunicazione.
Ma l’aforisma di Mc Luhan ci rimandava comunque ad un luogo aperto, con una propria gerarchia e differenziazione topologica fra le diverse figure della comunicazione: vi era un centro e una periferia, un nord e un sud, vi era chi era più vicino all’epicentro degli eventi e chi rimaneva più lontano.
La Finestra sul cortile che abbiamo invece adottato come titolo ci fa invece intendere come oggi , almeno per quella rilevante quota di umanità che usa con una certa frequenza la rete, la prospettiva comunicativa sia ancora più ristretta .Il punto di osservazione sembra ormai unico, e anche la scena osservata appare sempre più angusta, e circoscritta, come appunto un cortile comune. Esattamente come rappresentato dal film del regista americano, ognuno di noi si trova come James Stewart, inchiodato permanente ad una finestra e con un binocolo scannerizza e controlla lo scenario recintato che gli si pare dinanzi.

In questo contesto si modifica non solo il punto di vista, ma anche la soggettività dell’osservatore, ed il suo linguaggio. E soprattutto la relazione con quanto viene osservato.
Come forse ricordate, nel film, dopo pochi giorni ogni singolo personaggio che abita il cortile su cui viene puntato il binocolo, appare all’osservatore famigliare, quasi intimo. E’ questa la molla di quel processo di interattività che sta trasformando geneticamente l’essenza del giornalismo.
Facebook vive di questa intimità, e la riconfigura, rendendola materia pregiata e irrinunciabile. Bauman, citando il psicoanalista Serge Tisseron parla di exitimitè, ossia la pulsione a rendere pubblici gli aspetti della propria intimità. A quanto sembra-afferma il grande sociologo-non abbiamo più gioia ad avere segreti. Già questo nuovo aspetto dell’antropologia contemporanea basterebbe a rendere superfluo il mestiere di giornalista.
Infatti, questa nuova “intimità “ condivisa, che oggi lega osservatori ed osservati, produttori ed utenti delle notizie, è reimpaginata, potremmo dire, da formule, o app, apparentemente del tutto inedite, come i social network, o i nuovo format di microblogging, tipo Twitter. Formule che stressano l’idea di sintesi o di condivisione, travolgendo la stessa dimensione grammaticale del linguaggio giornalistico.
Le teorie in questo campo non possono non seguire il metodo galileiano dell’osservazione primaria della realtà, per poi dedurne teorie. E la realtà, qualcosa abbiamo già visto nei capitoli precedenti, ci dice che in atto è un processo di trasformazione epocale, e non certo una momentanea moda, un’infatuazione giovanile. Fra le molte ricerche che consolidano questa visione del mondo quella del ConsumerLab della Ericsson, uno dei principali produttori di terminali mobili. I dati sono stati raccolti nella primavera del 2014, e il paper è stato pubblicato nel settembre dello stesso anno.
Il quadro che emerge non lascia spazio a dubbi: in Italia , nella platea dei titolare di connessione internet(siamo ad oltre 35 milioni) i consumatori di video streaming hanno superato gli spettatori di Tv tradizionale, arrivando al 80%, rispetto al 79 .Poco, ma ilsorpasso sembra inesorabile. Fra le altre rilevazioni emerge che un consistente numero , circa il 40% di utenti mat6uri già considera normale guardare su piccoli schermi ( computer, tablet,smatphone) format televisivi lunghi come fiction e serials, oltre ovviamente le news. Dilagante appare poi la frenesia del second screen, ossia la visione di un programma televisivo in multitasking, mentre si segue un altro flusso su un altro device.
Una trasformazione che sollecita categorie fondamentali del pensiero umano. Oltre a segnalare una trasformazione nei modelli economici e sociali che nel secolo scorcio furono fortemente segnati dalle dimensioni di massa del consumo di media.
Ma torniamo a riflettere sulla natura di questo cambiamento, di questa mediamorfosi.
Proprio mentre preparavamo la nostra trasmissione radiofonica, siamo stati sollecitati a riflettere sul carattere ellittico e non lineare dell’innovazione -un carattere che la rende una rielaborazione di memorie culturali tutte interne all’esperienza umana, e non come una svolta discontinua.
La conferma ci è venuta proprio dal I Like di Facebook.
Una soluzione che ha dato nuova spinta al social network di Mark Zuckerberg, rendendolo il citofono del pianeta dal febbraio del 2009, quando fu integrato nella videata del suo sistema. Ma anche questa soluzione non è del tutto inedita.
Nel 1930 Nevil Monroe Hopkins, ingegnere alla New York University elaborò un dispositivo che permetteva agli ascoltatori radiofonici di esprimere un giudizio suo programmi trasmessi. L’apparecchio si chiamava Radiovoto. Salutato con entusiasmo, rimase ad impolverarsi per decenni negli scantinati dell’ateneo americano. Una conferma che l’innovazione è sempre il risultato di un processo di maturazione sociale in cui il dispositivo di afferma come risposta ad una domanda di persone in carne ed ossa che hanno bisogni o ambizioni nuove. nel 1930 questa domanda non era adeguata. Ma quel filo rimane teso.
Ed è un filo che arriva da molto lontano .Come ci ha dimostrato un evento di alto profilo , organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura e dal suo presidente Cardinale Gianfranco Ravasi, che nel settembre del 2013, a Roma, come abbiamo già ricordato, ha convocato una sessione speciale dei suoi incontri con laici e non credenti intitolati Il Giardino dei gentili. La sessione di settembre era proprio dedicata ai temi della comunicazione.
Nel Giardino dei giornalisti Cardinal Ravasi conversando con alcuni dei più prestigiosi esponenti della categoria ha affrontato proprio il tema dell’innovazione, leggendo il processo tecnologico come una riproposizione di illuminazioni che in passato rischiararono anche il cammino di Gesù che, spiego con grande semplicità il cardinale” già parlava in 140 caratteri e anche meno , con le sue parabole, tipo: beati i poveri”.

Capitolo II – Social First. La rivolta dei direttori , la rivoluzione dei lettori.

Capitolo 2
Social First.
La rivolta dei direttori , la rivoluzione dei lettori.

Dal 1 agosto 2014 i reports finanziari dell’agenzia Associated Press saranno elaborati da un robot.

La notizia che riportiamo in apertura rende meno scontatamente applicabile al giornalismo la distinzione elaborata da Manuel Castells, nel suo notissimo tomo Comunicazione e Potere (Bocconi editore, Milano 2010,pag 26) ,dove sostiene che la divisione fondamentale nella società in rete è fra forza lavoro autoprogrammabile e forza lavoro generica. Fino ad oggi la collocazione delle diverse funzioni giornalistiche erano tutte naturalmente rintracciabili nel primo campo.

Infatti la produzione di informazione era la quintessenza di un’attività auto programmabile ,in quanto era ineludibilmente realizzabile solo da un’applicazione irregolare e imprevedibile della discrezionalità professionale.
Castells spiega dettagliatamente, nello stesso periodo citato, che:”la forza lavoro autoprogrammabile ha la capacità autonoma di concentrarsi sull’obbiettivo assegnato nel processo di produzione,di reperire le relative informazioni, di ricombinarle in conoscenza, usando lo stock di conoscenza disponibile, e di applicarla nella forma di compiti orientati agli obbiettivi del processo”

Una descrizione efficacie per distinguere le funzioni automatizzabili da quelle invece ancora nel dominio esclusivo dell’uomo. Una sorta di teorema di Touring del giornalismo.

Se non chè, a rendere più complesso ed accidentato il percorso è la progressione della potenza di calcolo, che rende oggi possibile, come abbiamo visto nella notizia riferita all’Associated Press la riproduzione di attività sofisticate dell’uomo in un ambiente software.

Si estende così il paradigma di Lev Manovich,che nel suo saggio Software Culture (Olivares edizioni, Milano 2011)ci dice : “Il software (è) il motore delle società contemporanee”.
Infatti ogni nostro pensiero, o atto comunicativo è ormai inesorabilmente mediato, filtrato, configurato e alfabetizzato da un algoritmo. Da quest’imbuto bisogna passare per essere intellegibili. E con questa nuova potenza bisogna trattare per essere autonomi. Ancora Manovich ci ammonisce :”(Oggi) tutto-fabbriche,aeroplani, transazioni finanziari o processi culturali- è stato progressivamente, e in varia misura automatizzato. Tuttavia l’automazione algoritmica è arrivata sul web così rapidamente che nessuno l’ha ancora discussa teoricamente”.
Ma,come abbiamo visto , siamo già oltre: è il software che oggi viene in qualche modo interfacciato dall’uomo per renderlo un prodotto completo .E dunque bisogna adattare l’intera gamma delle attività umane al protagonismo tecnologico. Esattamente come all’inizio del novecento l’intera cultura sociale venne riorganizzata a partire dal trionfo del macchinismo nella produzione industriale.

In questo quadro allora il tema che il nostro progetto formativo affronta è come ricostruire una catena del valore del lavoro giornalistico dove la funzione professionale del giornalista ritorni centrale nella sua discrezionalità.

In sostanza si deve ritrovare una relazione uomo macchina per cui la potenza operativa sviluppata dai nuovi sistemi di intelligenza artificiale, di questo stiamo ormai parlando in redazione, siano continuamente formattati e assettati da un controllo professionale che rimetta l’imprevedibilità umana alla guida del sistema. La relazione fra il professionista e l’apparato che lo affianca è oggi discriminante per valorizzare il proprio lavoro. Ma non basta.
Accanto alla capacità di addomesticare e non essere addomesticati dai dispositivi tecnologici cresce un’altra facoltà essenziale per rendere prezioso il proprio lavoro redazionale: la relazione con gli utenti. E ‘ proprio la nuova domanda sociale che esporime questo nuovo protagonista che ci sta cambiando a noi giornalisti.
Ogni anno, con l’approssimarsi degli ultimi giorni dicembre, il prestigioso magazine Times pubblica in copertina l’effige del personaggio destinato a segnare i dodici mesi che stanno per iniziare .E’ una tradizione che accende grandi attese e impone anche grande rigore alla redazione nella scelta del personaggio, perchè si gioca il suo prestigio nella capacità di indivisuare realmente il testomonial del prossimo asnno. Alla fine del 2006 per la prima volta in copertina non comparve una fotografia di un volto noto, ma tre lettere : YOU.
Con la didascalia: si proprio tu.Tu controlli l’Età dell’informazione.benvenuto nel tuo mondo.

C’è poco da aggiungere. Gli anni successivi si sono incaricati di avvalorare ed esaltare la scelta di Times.
Il nuovo protagonista del mercato della comunicazione è indiscutibilmente quella sterminata platea di utenti, lettori, telespettatori, esseri viventi. A secondo della capacità di integrare nel proprio processo produttivo la potenza di iniziativa di quel soggetto il prodotto giornalistica acquisisce valore e diffusione.
Una sintesi di questi due nuovi parametri professionali- tecnologia e società – ci viene proposta da un esempio di giornalismo che ancora campeggia all’orizzonte dell’attualità: il caso Snowden. Mi riferisco alla clamorosa denuncia dello spionaggio globale realizzato dall’agenzia americana National Security Agency (NSA),denunciato da Eduard Snowden con la collaborazione di alcuni grandi quotidiano come il Guardian o il New York Times, e la complicità di un giornalista come Glenn Greenwald. Nel libro pubblicato da Greenwald sul caso ,No Place to Hiden ( Rizzoli editore, Milano 20124) si ricostruisce dettagliatamente l’intero affaire.Appare evidente come nel divenire del clamoroso caso si siano mutate radicalmente funzioni e ruoli nella tradizionale catena del valore dell’informazione. Infatti nel caso Snowden il giornalista-Greenwald- è solo un consulente, un partner delle fonti.Il vero protagonista non solo come testimone ma anche come organizzare e gestore dei linguaggi, è proprio il giovane informatico che decide di rendere pubblico quanto ha appreso sulle strategie di controllo globale della NSA. I giornali, stiamo parlando delle principali testate del pianeta, come ad esempio, oltre le due citate il Pais o Le Monde,si limitano ad amplificare le notizie, senza alcuna possibilità ne di controllo ne di organizzazione del flusso di informazioni che pubblicano.
Centrale in questo processo è proprio il controllo diretto della tecnologia da parte dei giornalisti. Infatti, spiega Greenwald nel suo libro, Snowden dopo aver contrattato sotto falso nome, si decide a rivelargli le sue informazioni solo dopo che si è accertato che Greenwald ha imparato ad organizzare ed a riprogrammare i software di decifrazione che sono alla base dei data base utilizzati. “se noi sei autonomo nell’utilizzarli-gli dice Snowden- allora non sei autonomo nemmeno nel pensare l’informazione e dunque non posso fidasrmi di te”.

In questo contesto noi abbiamo individuato questi nuovi skills che informeranno l’identità del nuovo giornalista digitale:

Web system master : elabora e profila le risorse digitali per rendere il sistema editoriale sempre più aderente alla filosofia della redazione. Rende affidabili gli automatismi degli algoritmi nel lavoro giornalistico. Negozia l’algoritmo con i tecnici

Geofeed desk manager : programma e gestisce la georeferenzazione delle notizie sia in entrata che in uscita, supportando la redazione nell’adozione dei dispositivi di mapping e di monitoraggio del territorio tramite le risorse satellitari, e ottimizza l’uso di soluzioni di ripresa di eventi con i nuovi dispositivi sensoristici volanti come i droni

Social media and data mining reporter : verifica e controlla i dati degli input che affiorano nei socialnetwork, appronfondendone il contenuto tramite il setacciamento nella geografia dei data base accessibili.

Video news and message designer manager: arreda pagine e siti con gallerie video e fotografiche,orientando e riformulando titoli e richiami ad una gerarchia digitale dei contenuti,con l’obbiettivo di bilanciare contenuti, fruibilità e funzioni delle pagine web su cui interviene

Crowdsourcer and viral manager: incentiva e sollecita lettori e utenti a lavorare per il giornale producendo contenuti e documentazione, e promuovendo le attività della testata sui principali socialnetworks

Su questi nuovi profili si articolerà la nuova redazione. E in base a queste competenze si valuteranno i nuovi giornalisti. Ogni profilo corrisponde sul sito ad una pagina specifica che aggiornare i dati sulla domanda professionale e le nuove esigenze del mercato.

La scelta di queste figure in una varietà pressochè infinita di combinazioni e soluzione risponde all’esigenza che abbiamo posto all’inizio: riconfigurare una nuova forma di redazione in cui la progressione dei sistemi tecnologici trovi sempre un controllo e una capacità di progettazione che sia interna alla redazione e non venga delegata ne all’apparato tecnologico , tanto meno ai fornitori della stessa tecnologia .Infatti il filo conduttore che lega le figure che abbiamo abbozzato è quello che vede il professionista dei linguaggi e dei contenuti, persino a prescindere dalle sue approfondite competenze tecniche, riuscire a orientare le caratteristiche dei sistemi artificiali, modificandone, mediante la continua azione di modellizzazione, le logiche di funzionamento.

Il processo è esattamente quello che viene seguito nella realizzazione dei sistemi digitali:reperire le informazioni, ricombinarle, usando stock di saperi e competenze disponibili. Sono questi i passaggi che stanno già connotando la nuova fabbrica delle news.
In questo processo si inseriscono però nuove competenze e sopratutto inedite ibridazioni di saperi e pratiche che riconfigurano completamente lo skill del giornalista, dopo due secoli di tradizione.

Ma al di là delle dettagliate definizioni delle singole funzioni, il dato che attraversa e caratterizza le proposte che avanziamo nel nostro sistema format6ivo riguarda un processo di fondo che segna l’intera evoluzione del sapere, prima ancora che dell’informazione: la relazione fra il dato scientifico e il suo significato. All’ombra di questa distinzione per secoli si è discusso della dialettica fra tecnica e letteratura, fra umanesimo e scienza. Più concretamente, per venire al nostro tema del giornalismo, la distinzione fra dato e significato è la base che identifica il nostro mestiere.Raccogliamo dati , ma vendiamo significati .
Oggi i due elementi si identificano, e diventa impossibile dedurre i secondi se non siamo in grado di individuare i primi. “Il problema della comunicazione è riprodurre in un punto un messaggio generato in un altro punto .Spesso i messaggi hanno un significato”
Così scriveva nel 1948 Claude Shanon, a margine del suo ponderoso saggio “A mathematical Theory of comunication “ in cui elaborò il concetto di bit come unità di misura dell’informazione.
Oggi dal bit siamo al flusso inesauribile, e con il flusso alla velocità , e con essa alla necessità di supportare le possibilità umane a fronteggiare la domanda sempre più frenetica di bit con sistemi automatici intelligenti. In questa giostra decide chi riesce a ridurre la sua dipendenza da altri nella capacità di raccogliere e identificare i dati.

Capitolo I – Il Ghepardo , il fotografo e la literacy dell’informazione

Dio non ha paura delle novità
Papa Francesco
domenica 19 ottobre 2014, Roma, per la beatificazione di Paolo VI

E’ vero, il mondo è tutto un palcoscenico sul quale tutti noi, uomini e donne siam solo attori, con le nostre uscite e le nostre entrate; ove ciascuno per il tempo che gli è stato assegnato, recita molte parti…
Come Vi Piace (atto II;scena Vii)
William Shakespeare
capitolo 1

Il Ghepardo , il fotografo e la literacy dell’informazione

La società non ha bisogno di giornali. Ma di giornalismo
Clay Shirky

Scrivere oggi un libro sul giornalismo o, più ancora, sui profili professionali di chi lo pratica,è come fotografare un ghepardo che corre.
L’istantanea risulta inesorabilmente sfocata. Ma è proprio la sfocatura della fotografia, con quella confusa scia disegnata dal movimento del felino, che documenta alla perfezione il senso della velocità dell’animale, che, nell’impercettibile lasso di tempo di un click ,si sposta più volte nello spazio. E’ lo stesso per il giornalismo. Un’attività che, intrecciandosi pervasivamente alle continue evoluzioni della rete,si trova a dover cavalcare il ghepardo,mutando culture, strumenti e grammatiche. Continuamente. Così come muta la realtà di Internet. Pensiamo solo alla difficolotà da dare una cifra oggi alla realtà della rete: quanti navigatori, quante connessioni, quanti tweets, quanti I likes? Nel momento stesso in cui si formula un dato si viene inesorabilmente archiviati dalla realtà. Quel numero, per quanto aggiornato, solo per il fatto di essere fossato su carta o annunciato da uno schermo è superato, invecchiato ,inattendibile . Il primo esercizio che potremmo proporre a chi oggi si accinge ad adeguare la propria competenze giornalistica è riuscire a rendere fedelmente i dati dinamici della rete.
Solo i contatori in real time ti danno un aggiornamento credibile .E dunque i dati non vanno annunciati, ma solo connessi e seguiti, come nel caso che vi proponiamo con il QR code di seguito (http://pennystocks.la/internet-in-real-time/ ).
Come,ancora piu’ efficacemente spiega Ilia Reza Nourbakhs, nel suo saggio Robot Future,”mai chiedere ad uno studioso di robotica cosa sia un robot.La risposta cambia troppo rapidamente”
( http://www.amazon.com/Robot-Futures-Illah-Reza-Nourbakhsh/dp/0262018624 )

I due QR code che avete appena incontrato ci rendono chiaramente il senso del progetto editoriale intitolato “Giornalisti nella Rete” (www.donzelli.giornalistinellarete.it )
Qualcosa di più di un libro, che ha comunque la forma del libro. Inquadrando con il vostro smartphone il primo QR code che avete ritrovato sul libro vi connetterete con il sito che ospita i contatori dinamici sulla rete . Sono aggiornati all’ultimo secondo.
E’ uno degli esempi che meglio sintetizza la nostra proposta di aggiornamento professionale: un sistema di dati, analisi e proposte sul mondo del giornalismo,aggiornati in real time, grazie all’integrazione di un libro, che funge da navigatore per l’utente, con una serie di spazi web che prolungano e completano i testi stampati , con continui approfondimenti e aggiornamenti di dati e analisi sulle nuove realtà che affiorano dal gorgo del giornalismo.
Il libro che avete tra ler mai è dunque solo un passaggio, un elemento di un sistema più articolato e complesso, in cui convivono strumenti didattici, e strumenti analitici, un osservatorio sull’evoluzione dei profili professionali della comunicazione e un laboratorio per trasmettere e integrare queste queste figure agli utente del mestiere.
Un sistema complesso dicevamo che parla di giornalismo per parlare in realtà di un orizzonte più ampio, quale è il nuovo sistema di convivenza e di produzione sociale, in cui non solo i media, ma anche la pubblica amministrazione, gli enti locali, il mondo dell’associazionismo, e le ramificazioni delle nuove piattaforme produttive, si alimentano e realizzano mediante lo scambio continuo di informazioni. Il giornalismo cessa di essere uno snodo inevitabile per chi cerca notizie, e diventa una forma ineludibile del modo di vivere nel mondo.
Sopratutto diventa un presupposto di cittadinanza. L’informazione infatti non è più un servizio culturale per conoscere i comportamenti di istituzioni e dei propi simili, come lo è stata nei secoli precedenti, ma è diventata la forma e il linguaggio attraverso cui si organizza la vita. La pubblica amministrazione è informazione, il sistema commerciale è informazione, l’assistenza sanitaria è informazione, la formazione è informazione, la nostra vita famigliare è continua e reciproca informazione. Sopratutto il nostro lavoro si base sempre più esclusivamente sullo scambio di “segni e sogni”, ossia su un’attività di produzione, selezione e distribuzione di simboli comunicativi.

L’esplodere di un’anarchica abbondanza in questo campo pone dunque problemi non riducibili al semplice mercato editoriale. Si pone oggi con forza un tema quale la cosidetta News Literacy, ossia una educazione al consumo consapevole e critico di informazioni condivise (http://www.cjr.org/news_literacy/news_literacy_decision.php ). E’ questo il tema che più sta distinguendo e , paradossalmente valorizzando, il mondo dell’informazione: i giornalisti oggi sono laboratorio e consulenti dei nuovi modi di alfabetizzazione civile dell’umanità. E’ forse un’espressione pomposa, ma certo non compiaciuta. La piattaforma Giornalisti nella rete, di cui questo libro è l’interfaccia più tradizionale, non mostra certo indulgenza per il mondo della comunicazione professionale. Ma ci pare importante agganciare ad un diverso destino il futuro di una professione che sarebbe uno spreco inutile lasciar consumare fra mille rancorose rivendicazioni.
Infinite notizie e flussi di relazioni. Un giornalismo forse meno professionale e più legatoi a istintive pratiche sociali. Un giornalismo di literacy appunto, di alfabvetizzazione critica e consapevole.
Vogliamo dunque affrontare il tema di un giornalismo come linguaggio della vita comunitaria, di un giortnalismo senza giornali ma con infinite notizie e flussi di relazioni. Un giornalismo forse meno professionale e più legato a istintive pratiche sociali. Un giornalismo di literacy appunto, di alfabetizzazione critica e consapevole.
Come vedremo ancora meglio più avanti, anche questa realtà che ci appare come il risultato di un flusso di innovazioni spettacolari e inimmaginabili, ha radici profonde nel nostro passato. La comunicazione, prima a stampa, poi nelle forme elettroniche, è sempre stata una metafora del modo di vivere . Già nel XVI° secolo, dopo la diffusione dei caratteri mobili, come ci spiega Richard Sennet nel suo saggio Insieme (Feltrinelli,Milano,2012) documenta come le nuove tipografia abbiano riorganizzato il capitalismo feudale, determinando le prime forme di specializzazione delle competenze produttive e il decentramento del sapere che poteva essere usato anche a prescindere dai suoi autori. All’inizio del terzo millennio la digitalizzazione dell’informazione sta guidando il nuovo processo di automatizzazione delle professioni e dei circuiti cognitivi sull’intero pianeta. Parlando di giornalismo parliamo del mondo,un motivo in più per attenerci a rigore e responsabilità.
A cominciare dagli stessi contorni del fenomeno e appunto da un corredo di news literacy, di produzione di senso critico che, come vedremo, in ultima analisi, rimarrà forse il prodotto più tipico di una redazione.

Native Press e native literacy
Come abbiamo detto,oggi giornalismo è una pratica che tende largamente a tracimare dai recinti delle redazioni e dei media in generale. E,contemporaneamente, a ritirarsi dalle redazioni.
Possiamo dire che giornali e testate televisive siano sempre più componenti, accessori, di un più esteso e complesso circuito informativo; co autori di una pratica sociale,più che professionale, che tende sempre più a coincidere con la stessa idea di relazione umana.
Diciamo che l’informazione,come abbiamo già accennato,tende a diventare un modo di vivere ormai, più che di lavorare.
Si trovano sempre più notizie lontano dalle redazioni, e le redazioni si organizzano sempre più lontano dai media tradizionali, e incontriamo apparati d’informazione lontano dalle testate.

Se volessimo cercare una definizione che oggi sintetizzi questo paradossale scenario, in cui si muovono realtà che lavorano sulla raccolta e lo scambio di informazioni, dovremmo ricorrere più a linguaggi dei social network che al gergo redazionale.
Il verbo dominante sarebbe infatti incontrare più che svelare. Le informazioni si incontrano e si scambiano più che si annunciano o si rivelano.
Diciamo che oggi giornalismo è gestione intelligente e trasparente di forme di condivisione e partnership nella produzione e contestualizzazione di informazioni, ossia appunto news leteracy.

Così come la pubblicità , con le formule dell’innovativa Native Ad, ossia la cosi detta “advertising indigena”,la pubblicità radicata direttamente nel contenuto del media che la sta veicolando,sta cercando nuovi canali di relazione diretta con il consumatore, diventando essa stessa media, contenuto, immaginario, racconto, anche il giornalismo sembra cercare nuove strada per raccordarsi direttamente al suo interlocutore prioritario: l’utente.

Siamo all’origine di una forma di giornalismo che potremmo definire Native Press, ossia giornalismo che cresce e si sviluppa al di fuori delle strette maglie tessute da editori e redazioni, in una relazione diretta con l’utente dell’informazione che assume le fogge del lettore, dello spettatore, del navigatore, del cittadino, del cliente, del dipendente o del semplice membro di una comunità.

Siamo in vista di un giornalismo nativo nella rete, che connette direttamente la notizia al suo utilizzatore attraverso forme di intermediazione partecipata e condivisa.

La dinamica del Native Press spiazza ogni tradizione professionale del giornalismo. Modifica ruoli e protagonismi, rende sempre più scivoloso il terreno dell’autonomia professionale e della trasparenza. La native press, come ogni fenomeno native assume la forza dirompente di un istinto genetico. Per questo va integrata e corretta con una native literacy, con una cultura critica e consapevole in grado di decifrare e governare il fenomeno.

Vi sono formule dove anche la presenza di un cavaliere bianco, di un benefattore, che mira ad assicurare piena libertà ai giornalisti opacizza comunque il senso dell’informazione. Esperienze come Pro Pubblica (http://www.propublica.org/ ), la fondazione che ha già vinto premi Pulitzer per le inchieste prodotte e finanziate dall’esterno dei giornali, o The Marshal Project (http://www.themarshallproject.org/), promossa dall’ex direttore del New York Times Bill Keller, per produrre analisi e inchieste sul sistema giudiziario, hanno dato impulso alla stagnante realtà delle inchieste investigative, ma non hanno certo risposto alla domanda sull’autonomia di queste inchieste rispetto a manine o interessi che possono agire alle spalle delle forme di finanziamento.
Il quadro è quanto mai liquido, e tutti sembrano mutare di identità e ruolo: testate, giornalisti, editori, utenti, corpi intermedi, comunità, economia.

Il dato inequivocabile è che ormai si pratica giornalismo in ambiti molto diversi fra loro: dalla pubblica amministrazione, alla gestione delle imprese, dai servizi personalizzati, alle attività ricreative e culturali .Per non parlare della ribollente galassia economico finanziaria dove ormai le teorie più accreditate basano le gerarchie dei poteri sulle asimmetrie di accesso alle informazioni.

Oggi la nostra vita si basa sullo scambio permanente di informazioni. E se, come vedremo, da una parte tende a restringersi l’area degli addetti professionali alla produzione diretta di notizie, dall’altra si sta espandendo geometricamente il fabbisogno di saperi e competenze della comunicazione, attraverso tutte le dimensioni della nostra attività. Come dice Manuell Castells nella sua trilogia su La società in Rete (Bocconi editore, Milano 2005)
“Ciò che è cambiato non è il tipo di attività che impegna l’umanità,ma la sua abilità tecnologica nell’impiegare come forza produttiva diretta ciò che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacità di elaborare simboli”. E’ questa la nuova era informazionale. Una era in cui il giornalismo diventa l’identificazione del modo in cui la specie umane si rappresenta e produce. Un giornalismo globale che alimenta e orienta le più disparate attività , come il governo, le istituzioni, le comunità le imprese, la scuola, la sanità.
Per questo vi proponiamo un percorso che per contenuti e metodi si immerga nella nuova dimensione informazionale, ossia di un sistema concettuale guidato e costituito dalla capacità di rintracciare, indicizzare e distribuire informazioni.
La piattaforma di questo progetto non poteva non coincidere direttamente con il suo oggetto, ovvero la rete.

Tutto è guidato da una ragnatela di link ,da una continua navigazione in rete,guidati dai QR code e dalle soluzioni di realtà aumentata, che vi permettono di sintonizzarvi , in tempo reale, con tutti gli indicatori più aggiornati.
Se vogliamo proprio trovare una definizione sintetica diciamo che la nostra è una proposta per sintonizzarsi sulle nuove onde che investono il mondo della comunicazione, intercettandone linguaggi, tendenze e fenomeni. A cominciare proprio dal linguaggio espressivo che adottiamo.

Si tratta di una formula sperimentale, dove libro e rete si intrecciano, offrendo all’utente l’opportunità di interagire, co producendo egli stesso i contenuti finali.
Un linguaggio che abbiamo scelto perchè ci è parso più coerente con la materia che vogliamo trattare, che è proprio la fase di ibridazione della tradizione letteraria ed artigianale del mestiere del giornalistica con nuovi profili professionali e nuove competenze che irrompono in redazione.
Tanto più che questa strategia di sintonizzazione è maturata nel pieno delle polemiche suscitate dalla firma del nuovo contratto di lavoro dei giornalisti ( siglato nel luglio 2014,
http://www.fnsi.it/Esterne/Home.asp ). Un contratto che innegabilmente vede un arretramento dei trattamenti normativi e retributivi che la categoria aveva conquistato nei decenni scorsi. Al di là delle polemiche sulle gestione della trattativa, rimane innegabile la constatazione, che, come in ogni vicenda contrattuale, quando si verifica una fase di contenimento dei trattamenti retributivi di una categoria significa che si sta constatando una marginalizzazione della stessa categoria rispetto al proprio ciclo produttivo. E i giornalisti non fanno eccezione alcuna.

Le pietre di inciampo del giornalismo di literacy

Nell’autunno del 2013, ho condotto una serie di trasmissioni radiofoniche, sulla rete 3 della RAI, sui temi del nuovo giornalismo digitale.
Grazie alla preziosa collaborazione di Giulio Anselmi ,allora ancora presidente della FIEG (Federazione degli Editori di giornali), ma sopratutto uno dei più prestigiosi e completi fabbricanti di media italiani, che ci sostiene ancora in questo nuovo viaggio nell’innovazione, con le sue considerazioni e ragionamenti sui nuovi trends del mestiere, ho sondato le tendenze che si delineavano nel mondo dell’informazione,analizzando sia i trends delle nuove forme di comunicazione digitale, sia i processi di adattamento all’alfabeto della rete dell’apparato dei media tradizionali.

Durante la registrazione delle varie puntate , per quell’astuzia della storia che ti fa inciampare sulle cose che stai cercando, si sono verificati vari eventi che hanno modificato in profondità l’eco sistema giornalistico. A cominciare da quel singolare fenomeno che in questo libro abbiamo definito la “ rivolta dei direttori”. Come vedremo, in poche settimane, i responsabili dei principali quotidiani del pianeta, dal Guardian al New York Times,al Financial Times,al washington Post, hanno ritenuto non più differibile intervenire radicalmente sul profilo organizzativo e professionale delle proprie redazioni, sollecitando una vera rivoluzione copernicana

Fondamentali risultano per la comprensione delle tendenze concrete, le conversazioni registrate con i responsabili delle principali testate italiane,che, come riportiamo in trascrizioni integrate da colloqui successivi, abbiamo messo a confronto con le più evolute testimonianze del nuovo giornalismo digitale, per capire come questa rivoluzione stia trasformando materialmente la cassetta degli attrezzi del mestiere giornalistico.

Da qui l’idea dell’editore, di elaborare una sorta di manuale delle nuove forme professionali del giornalismo. Una rassegna di profili e di competenze che stanno modificando il modo di essere di una redazione. Ma che stanno anche proiettando il giornalismo in un ambito più ampio, non più riducibile alla produzione di notizie. Con uno slogan potremmo dire che al tempo della rete mentre i giornali possono a volte fare a meno dei giornalisti i giornalisti diventano essenziale per le relazioni sociali e umane in campi più diversi.

I giornalisti nella rete sono dunque nuovi professionisti che si trovano a diventare impresari e imprenditori di un sistema comunicativo che base sempre più sul linguaggio dell’informazione il sistema del welfare o lo sviluppo del marketing, o ancora il governo dei territori. Al tempo stesso le testate giornalistiche si trovano al centro di una torsione tecnologica per cui diventa essenziale capire chi e come possa garantire che la delega ai nuovi dispositivi automatici di selezione della notizia non sacrifichi valori e ambizioni rilevanti acquisite dalla tradizione giornalistica.

La lettera di Totò

Rimane memorabile nel film , Miseria e Nobiltà, con il ciclopico Totò, la scena in cui il principe De Curtis, che interpreta il ruolo di un affamatissimo scrivano pubblico, insieme alla sua spalla, che invece è un fotografo da strada, maledicono il progresso.
.Entrambi, perseguitati dalla sfortuna, cominciano ad intuire che i loro mestieri sono in declino perche “ la gente va troppo a scuola e impara a scrivere da sola e poi ,si compra anche le macchine fotografiche” (https://www.youtube.com/watch?v=RXgLteTKcVA ).
Come al solito ,Totò parlava ai posteri, magari senza saperlo.
Quel film andrebbe proiettato nelle redazioni e discusso alla luce di quanto sta accadendo ai mediatori di oggi in un contesto ancora più evidente e decifrabile.

Quanti sono oggi coloro che vengono pagati per fare fotografie a chi non è in grado di scattarsele da solo, o per scrivere lettere per conto di analfabeti?

Fra qualche anno ,un antropologo culturale, ricostruendo il passaggio del primo decennio del terzo millennio, il periodo della grande crisi economica e dei primi , timidissimi passi di quella trasformazione tecnologica che modificherà successivamente la stessa struttura della vita umana, citerà le contorsioni del mondo giornalistico, di una delle attività fino ad allora più invidiate e gratificate socialmente, come un nuovo caso di accanimento contro il progresso. Come novelli Totò, i giornalisti maledicono quella naturale tendenza a farsi l’informazione da soli, a ricercare le notizie nel flusso di relazioni che scorre sulla rete.

Con la differenza che oggi , a differenza del tempo di Miseria e Nobiltà, non possiamo nemmeno accampare la giustificazione che siamo troppo prossimi al fenomeno incipiente di cambiamento per identificarlo con nitidezza.

Le professioni che un secolo fa erano ancora sulla cresta dell’onda – il fotografo era uno dei profili più tecnologici e pregiati-impiegarono circa un ventennio per essere cancellate da una diversa pratica sociale, di cui la tecnologia è una conseguenza, non la causa.
Con le professioni,spariscono anche le aziende. Pensiamo a marchi leggendari come Polaroid,Kodak, Leica, Fujifilm,Agfa.
Stiamo parlando di aziende che solo fino a 15 anni fa erano ancora potenze globali. E ora languiscono sul mercato della riconversione.
Potremmo dire che il nostro manuale di sopravvivenza giornalistica usa la fotografia come metafora globale dell’informazione.
La fotografia,infatti, ci annunciava quanto era in procinto di accadere all’informazione. E ora siamo nel gorgo. Dobbiamo sopravvivere come giornalisti e comprendere che dobbiamo cambiare tutto per salvare noi stessi e il mestiere.

Con la fotografia, anche la musica ha annunciato la parabola dei sistemi editoriali e in generale del ruolo dei mediatori nel campo dei servizi avanzati: non servono più negozi di dischi più efficienti, per sopravvivere bisogna inventare l’iPod.

Un nuovo iPod nel mondo della comunicazione in realtà è stato inventato.paradossalmente ci pare di intravvederlo non tanto nelle stanze delle redazioni digitali che si stanno allestendo nei granbdi giornali o nelle possenti catene televisive, quanto nelle pieghe, a volte inconsapevoli, della P.A.
Infatti oggi una grande locomotiva di soluzioni di comunicazione innovativa è il cosi detto fenomeno delle Smart Cities, ossia la digitalizzazione delle relazioni intercomunitarie nelle città.

Questo fenomeno che sta investendo la grande maggioranza dei comuni italiani ed europei, vede implementare freneticamente applicazioni e soluzioni che portano ogni cittadino, giovane o anziani, emancipato o dimesso, ad interfacciarsi con spezzoni rilevanti della P.A. Mediante interfraccie digitali. Non è solo un semplice adattamento di tecnologie a forme di servizi specifici. Si stanno introducendo forme del tutto inedite di integrazione fra amministratori e amministrati. Dalle forme curiose di mobilità intelligente, o di telemedicina, rapidamente si è risaliti a modelli di vera e propria eDemocracy.e da lì alla già abbondantemente citata News Literacy
Si conferma quella che Castells chiama l’eccezione della nostra specie: la capacità di elaborare e scambiarsi simboli. Con in più una straordinaria attitudine a condividere e interferire su ogni contenuto da parte, tendenzialmente di ogni singolo individuo.Un fenomeno che, spiega Patrice Flicy (http://ifris.org/membre/flichy-patrice/ ) sociologo della comunicazione francese,sta mutando i termini del sistema informativo a prescindere dai livelli di comptenze e preparazione, e moltiplicando enormemente il numero dei partecipanti :”come la democrazia da il potere a cittadini largamente ignoranti della cosa pubblica,allo stesso modo la nuova democratizzazione (literacy ndr)
si basa su individui che,grazie al loro livello di cultura e ai nuovi mezzi informatici possono acquisire competenze fondamentali” (Le sacre de l’amateur. Sociologie des passions ordinaires à l’ère numérique, Seuil, 2010)

Di questo cambiamento ci occuperemo con un complesso sistema editoriale, di cui il libro che state leggendo è solo una componente, quella più materiale e tradizionale .Accanto al volume cartaceo, incontreremo lungo la nostra storia il sito che sorregge e prolunga il nostro libro aggiornandone i dati e facendolo vivere anche oltre la sua pubblicazione e poi, come già vi è capitato nelle poche righe che avete attraversato, vi proporremo continuamente una navigazione multimediale, con i QR code, i codici a barre di seconda generazione , e le soluzioni di realtà aumentata, che ci permetteranno di fruire, direttamente, di filmati, fotografie e documenti originali, citati nel testo, che potrete captare con un normale smart phone seguendo le istruzioni che precedono il capitolo.

Seguendo le scia digitali che partono dalle pagine del libro vi troverete in un ambiente dove intervenire attivamente. Ogni capitolo infatti si prolunga e realizza negli spazzi web, dandovi la possibilità di aggiornare dati e riferimenti, ma anche di correggere e integrare le analisi e le prospettive che inizialmente orientano il nostro ragionamento. Sarebbe infatti una contraddizione insopportabile un libro che teorizza l’estrema precarietà di ogni equilibrio nel nuovo mondo digitale, il continuo fluire degli scenari, che invece pretenda di fissare implacabilmente la sua analisi sull’evoluzione continua di questo mondo.

L’obbiettivo è quello di prefigurare, già con la lettura del nostro manuale, un kit di formazione e di sperimentazione di modalità di ricerca, indicizzazione, e composizione di contenuti e informazioni, esattamente come si sta realizzando nei sistemi editoriali che si incontrano nelle nuove redazioni.
A cominciare proprio dall’uso della fotografia .L’immagine, del resto, è sempre stata la cavalleria del giornalismo.

Suole di scarpe e istantanee

“Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”.
Bob Capa ( http://www.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL535353 )
,il capo scuola dei fotoreporters del secolo scorso, così spiegava ai suoi discepoli cosa significa fare giornalismo per immagini: essere sempre più vicino ai fatti, avere la malattia di esserci quando le notizie fanno la storia.
Basterebbe questa osservazione per far intendere cosa doveva essere un giornalista nel secolo scorso. Un professionista che stava sempre il più vicino possibile ai fatti.
Una filosofia questa della testimonianza diretta che ha identificato per più di 200 anni l’insieme di coloro che praticavano il mestiere dell’informazione.
Ma chi può dire oggi che giornalismo è dare per primi una notizia, o fornire un manufatto espressivo composto di un’informazione, un racconto e il riassunto di riferimenti documentali?
Insomma articoli, video reportage o fotografie sono oggi ancora contenuti chiusi che provengono da un autore o sono il punto di partenza di itinerari narrativi collettivi?
Il cambio da analogico a digitale è puramente una trasmigrazione di percorso da parte di una carovana che rimane essenzialmente eguale a se stessa?
Sono queste le domande che impegnano i forum del web sul nuovo giornalismo e che infastidiscono le redazioni dei giornali con i giornalisti tradizionali. Il festival del giornalismo di Perugia 2014 è stato un significativo ring in cui i due mondi si sono confrontati non più a colpi di esperienze e di estremizzazioni tecnologiche ma sulla base dei pochi successi editoriali che si trovano sul mercato
( http://www.lastampa.it/2014/05/10/tecnologia/la-sfida-del-giornalismo-strutturato-tra-reportage-e-data-journalism-DyUZl5mbwpZErMtn8H7TPL/pagina.html ).
Il nostro sito seguirà la successione delle future edizioni del festival e dei contributi che verranno al dibattito sulle forme del giornalismo, integrando continuamente le nostre analisi sull’argomento (vedi QR code che rimanda alla pagina relativa del nostro sito)

Il tema fondamentale è la relazione concettuale e fisica fra giornalista e notizia .La sua vicinanza, per dirla come Capa.

Per tutta la lunga parabola, che dall’inizio della comunicazione moderna, diciamo attorno alla fine del XVIII° secolo, fino ad oggi,disegnata dai diversi modi di raccogliere e distribuire notizie, i termini di giornalista e testimone si sono sempre e comunque sovrapposti: si era l’uno perchè si era stati l’altro. Da qui veniva il famoso detto “consumare la suola delle scarpe” per identificare la quintessenza dell’artigianato giornalistico.
Oggi possiamo dire che si cammina a piedi nudi. Poche le suole che si consumano, benchè tante, tantissime, siano le notizie che si danno, si documentano, si raccontano. Basti pensare che ogni 48 si raddoppia il volume delle breaking news del mondo. Ma ogni ora che passa vede almeno 25 giornalisti perdere il proprio posto di lavoro .Al tempo stesso fioriscono nuove forme di flussi informativi dove a contare non è tanto il rapporto fra reporter e notizia, quanto quello fra redazione e lettore. E’ in quello spazio che ancora divide distributore e utente dell’informazione che si stanno formando nuovi skills professionali, nuove identità e vantaggiose opportunità imprenditoriali .Si sta creando un nuovo mercato. Vorremmo indagare questa tendenza, analizzare questa realtà più che guardare nella palla di vetro per indovinare dove ci porterà la tecnologia.
Il tema di questo libro è proprio il divorzio fra testimone e giornalista, e il matrimonio fra redattore e lettore. Il giornalista non appare più più ineludibilmente sovrapposto al suo lettore ne padrone esclusivo della notizia che diffonde. In virtù di queste nuove relazioni si può essere oggi reporter anche senza essere stato testimone. Mentre diventa sempre più raro essere utente senza essere co produttore di un sistema multimediale. In questo gioco di specchi, anzi come recita una straordinaria novella di Luis Borges, in questo mondo in cui uomini e specchi si contrappongono
( Gli uomini dietro gli specchi, M.Mezza,Morlacchi editore, Perugia 2006) gli uni con gli altri,si gioca la nuova partita culturale e civile dell’informazione.

Una partita dove i premi Pulitzer vengono ormai assegnati a soggetti come Fondazioni, tipo ProPubblica, o movimenti, tipo la Primavera Araba, o ancora in cui giornali prestigiosi, come il New York Times e il Guardian vengono premiati per notizie non prodotte direttamente, ne selezionate dalla loro redazione.
Vedremo in futuro quale sarà la tendenza degli assegnatari dei premi Pulitzer nelle apposite pagine del nostro sito

Un mondo davvero strano, potremmo dire, se non venissimo poi richiamati alla più brutale e tradizionale realtà dal fatto che ancora in questo mondo di specchi che vogliono sostituirsi agli uomini, muoiono ancora esseri umani che cercano notizie. E fra questi ormai la maggioranza sono proprio i fotoreporter, o i telecineoperatori, sono coloro che come diceva il migliore fra loro,”devono avvicinarsi sempre di più alla notizia”.

La fotografia rimane sempre un’opinione

Ma più ti avvicini alla notizia, e lo fai da solo, sfruttando una situazione di privilegio, di monopolio, più la tentazione di diventarne regista e non solo testimone cresce. Come ci dimostra persino la carriera del nostro caposcuola, Bob Capa,
Come è noto, una delle sue istantanee più famose è la mitologica Falling Soldier, (link)
la morte del miliziano repubblicano, scattata nel 1936 durante al guerra di Spagna. Per 80 anni è stata l’icona di quel conflitto civile. La testimonianza dell’eroismo della resistenza resistenza repubblicana contro il fascismo sorgente.E anche la dimostrazione di come si sta in prima linea per un reporter. Peccato che quella fotografia,ad un esame spietato che proprio la rete oggi consente, confrontando una quantità gigantesca di dati, mostri più di una sfocatura .Il Periodico de Catalunya ha rivelato che la foto non sarebbe stata scattata a CerroMuriano, vicino a Cordova, come sempre affermato da Capa,ma qualche kilometro prima nella località Espejo, dove però non ci sarebbe stati combattimenti (http://it.wikipedia.org/wiki/Robert_Capa )
. Dunque si tratterebbe di un falso.
Il caso sarà monitorato dal sito del libro e potrete seguirlo in tempo reale.

Ritornando a rileggere migliaia di carte,affiorate in vari siti web,ci si imbatte persino una confessione dello stesso Capa,rilasciata più di dieci anni , nel 1949,dopo che la foto girò il mondo sulle copertine dei principali periodici americani ed europei ,alla collega di Life Hansel Mieth, in cui ,secondo quanto afferma la stessa Mieth, il grande fotografo dichiara che scattò quella foto durante una pausa dei combattimenti, un paio di giorni prima della data canonica e in un luogo diverso da Cerro Muriano. Anche se, aggiunse poi Capa a parziale giustificazione, il protagonista morì qualche ora dopo in una scaramuccia improvvisa.
Del resto fu lo stesso Richard Avedon, uno dei più popolari fotografi americani a dire che “ogni foto è sempre e solo un’opinione” . E anche in quella che oggi consideriamo l’età dell’oro del giornalismo le cosi dette bufale non mancarono, anzi. Già nel 1965 Hernest Hemingway diceva che “ogni uomo dovrebbe avere un rivelatore di bufale sempre in funzione.” Solo che allora non c’era Istagram a smascherare gli scatti posticci. O Google a confrontare documenti e realtà confermando il detto per cui oggi i fatti nel giornalismo con la rete possono difendersi dai giornalisti.Allora non c’era un’idea di news literacy
La vicinanza diretta alle fonti non è un certificato di autenticità della notizia, ma solo un attestato di monopolio del suo autore.
Credo si possa adottare la pacata e lucida definizione che della notizia dà uno straordinario interprete del giornalismo passato come Bernardo Valli nel suo libro Le verità del momento (Mondadori,Milano 2014) quando definisce appunto le sue cronache dal mondo Verità del Momento. Ossia documenti che vivono in quella fugace dimensione che è l’istantanea.”Per tutta la vita-scrive il grande inviato-ho raccontato gli avvenimenti come il fotografo che riprende un’istantanea di quel che sta accadendo. L’immagine può riassumere il passato e far intravvedere il futuro”.Ma forse,oggi, non è più sufficiente a rispondere alla domanda di continuità, velocità e personalizzazione che il nuovo utente multimediale esprime .Non per questo quella testimonianza diventa marginale. Anzi, assume un valore più completo, più esteso, entrando nel campo della toria. Ancora Valli infatti ci dice “La cronaca è un lampo che illumina un istante dell’avvenimento in corso. Influenza la memoria,ed è utile alla storia”.

E questo lampo che ci sta riportando , dopo un apparente crepuscolo, la necessità proprio della figura del fotoreporter, o del grande inviato .Non è dunque la conseguenza del fatto che la cronaca, sia fotografica che raccontata, sia sempre e comunque la prova regina, la pistola fumante, quanto che il codice del mestiere è mutato sostanzialmente. A partire proprio dal ruolo della scrittura. E dai suoi destinatari .Proprio recensendo il libro di Bernardo valli su Repubblica (25 agosto,2014) Eugenio Scalfari scrive, a sottolineare il carattere parziale delle cronache:”I migliori momenti in questo nostro mestiere sono quelli della passione”. Oggi che l’informazione scorre parallelamente alle cronache dei giornalisti, è possibile,liberamente, dare forma alla propria passione.

Non siamo fatti per leggere

Da almeno 20 anni, sicuramente da quando le prime fotografie hanno cominciato ad essere caricate sul web
( http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/07/11/foto/ecco_la_prima_foto_caricata_sul_web-38870034/1/) la parola scritta ha cominciato a limitare il suo strapotere sulle pagine reali o elettroniche.
Era Il 18 luglio 1992 , quando Silvano de Gennaro, assistente al backstage dell’Hardonic Music Festival di Ginevra, evento annuale organizzato dal Cern,il prestigioso centro di ricerca pura europeo, fotografa prima dell’esibizione le compagne di 4 fra i principali dirigenti del Cern, fra cui anche la moglie di Tim Berner-Lee, il padre del WEB, con la sua Canon Eos 650 per la copertina del loro disco. Berners-Lee, aveva appena ultimato il sistema necessario per il caricamento delle immagini on-line ed ha chiesto uno scatto a de Gennaro per un test. Da quel momento la valanga non si è più arrestata. La previsione è che nel 2017 oltre il 50% di tutti i contenuti di tutta la rete, dai socialnetwork ai siti più sperduti, sarà costituiti da fotogrammi. Dai primi logogrammi che documentalmente si è appurato che sono stati copiati sul primo libro nella città sumera di Urk nel 4° millennio prima di Cristo, il dominio della scrittura, e dunque della lettura, conosce una prima regressione. Un vero mutamento antropologico. L’immagine di questo mutamento viene riportata nel ideogramma che rappresentano i processi produttivi della News Literacy che potrete vedere nel nostro sito (https://docs.google.com/drawings/d/1gnm8MIgddaRporIss4oMxCEPkO5QUemNrcRTLcb8cHs/edit ). Appare evideente come siano assolutam,ente periferiche le funzioni di produzione della notizia e del trattamento redazionale rispetto ai flussi e alle immagini che veicolano l’informazione.

Non a caso Maryanne Wolf direttore del Center for Reading and Language Research della Tufts University di Boston ( wikipedia.org/wiki/TuftsUniversity ) scrive nel suo saggio intitolato Proust e il Calamaro,storia e scienza del cervello che legge ( Vita e Pensiero ed,Milano, 2009) “Non siamo nati per leggere”. E’ una denuncia, e non una compiaciuta scoperta, quella della professoressa Wolf, un urlo di disperazione, frutto della constatazione che la lettura è una delle più recenti attività che l’uomo ha interiorizzato, risalendo a solo poche migliaia di anni fa. Mentre l’immagine ha un radicamento estremamente più profondo nella psiche e nel cervello dell’uomo. Per cui rimane ancora vivo nel cervello umano l’istinto figurativo che oggi viene ridestato dalle espressioni iconiche e fotografiche che la rete ha promosso. Questo ancestrale meccanismo antropologico rende non eccentrica la previsione del Boston Group per cui già nel 2016 oltre il 50 % di tutti i contenuti in rete sarà rappresentato da immagini.
Aggiorneremo i dati sulla trasformazione in atto in Internet grazie ai contatori del nostro sito (qr code alla pagine sui contatori delle immagini in Internet)

Dunque le origini e le conseguenze del cambiamento sono davvero ataviche,ancestrali, per essere limitate a solo congiunture professionali.
Ma al tempo stesso ,per rendere utili e funzionali le analisi dei nuovi processi, dobbiamo intrecciare i ragionamenti strutturali, di fondo, che le conseguenze più immediate che si registrano sul piano dei comportamenti professionali. In modo che la profondità dei fenomeni diventa una guida per individuarne la consistenza e l’impatto, non certo un alibi per dedurne l’impossibilità di reazione.

Per questo, partiamo nel nostro ragionamento da una domanda comune la cui risposta non può essere troppo facile: cosa sta accadendo al mestiere del giornalista? Davvero basterebbe tornare a consumare le suole delle scarpe per risolvere tutto? Davvero i lampi di Valli sarebbero sufficienti ad illuminare il ruminare continuo degli eventi?
Vedremo se il ritorno all’artigianalità del mestiere possa davvero essere la via per salvare un intero settore delle relazioni umane quale è il giornalismo. Certo che oggi viviamo un singolare paradosso: non siamo mai stati immersi in un’abbondanza di informazioni e di indotti informativi come nel nostro tempo, e ,contemporaneamente, il giornalismo non ha mai vissuto una crisi esistenziale, e materiale, quale quella che lo attanaglia oggi.
Per questo con il nostro manuale cercheremo di mettere a fuoco ragioni, cause e soluzioni di quest’arcano: tante notizie pochi giornalisti .
In particolare ci sforzeremo di dare evidenza ai nuovi, innumerevoli, modi di essere e fare il giornalista. E, di conseguenza, a come ci si deve formare, costruire, attrezzare, per entrare in questo nuovo mercato professionale. Un mercato dove non necessariamente si fa il giornalista nei giornali, e dove, non necessariamente, si fanno i giornali con i giornalisti.
Cosa significa?
Significa che siamo nel pieno di un processo di cosi detto disaccoppiamento, come lo definiscono gli economisti, secondo il quale si stanno separando due funzioni essenziali, quale quella dell’informare e quella della professionalità giornalistica che erano indissolubilmente legate. La prima era il contenuto della seconda.

Oggi non è più così: fare giornali non significa più ,automaticamente, fare i giornalisti. Più spietatamente: i giornali non si fanno più prevalentemente con giornalisti, e più informazione non comporta ormai da tempo più giornalisti.
Vedremo concretamente quanto sta accadendo in una grande redazione come quella del Washington Post dopo l’acquisto della testata nel 2013 da parte di Mr Amazon, Jeff Bezos, dove le figure produttive in redazione sono in graduale ma inesorabile evoluzione,allontanandosi dalle caratteristiche classiche del giornalista.

Siamo ad un bivio per chi si avvicina al mestiere: rassegnarsi ad un autunno della professione, ad un declino inesorabile della figura del giornalista, o invece, mutandone forme e contenuti, è prevedibile che ci possano essere ancora giornalisti,mediatori e organizzatori dell’informazione, che si affacciano sul mercato?
Se vogliamo e dobbiamo credere che sia plausibile la seconda ipotesi, dobbiamo allora capire con quali profili, quali competenze e quali ruoli oggi è proponibile e sostenibile la figura professionale del giornalista.
E’ questo esattamente l’obbiettivo che si prefigge questo libro, o meglio, questo sistema didattico basato su una forma libro, appoggiato ad una forma web, e sorretto da un sistema editoriale che lo rende decifrabile dai terminali mobili. Una descrizione questa del modo con cui intendiamo rivolgersi ai candidati giornalisti che dice molto dell’approccio e delle soluzioni che proporremo alla crisi del giornalismo.

La rete è un mondo e non un media

Spiegava Marshall McLuhan nella sua opera Gli strumenti del comunicare (Il Saggiatore, Milano 1967) che “il messaggio di un medium o di una tecnologia è nel mutamento di proporzioni, di ritmo, e di schemi che introduce nei rapporti umani”. Da qui è bene partire per acquisire la capacità non solo di usare i nuovi sistemi multimediali, ma sopratutto di comprenderne l’effetto e le conseguenze, oltre che di valutarne la portata e l’impatto. Esattamente ciò per cui i giornalisti oggi possono ancora pretendere di avere un ruolo centrale nel divenire del sistema digitale: esserne ancora gli architetti a partire dalla capacità di misurare e comporre i sistemi tecnologici che guideranno la produzione di informazioni.

Di questo, in sostanza, ci occuperemo :Individuare le ragioni , gli interessi, e le modalità che hanno indotto il processo di digitalizzazione dell’informazione, all’interno di un più ampio processo di smaterializzazione delle forme di produzione globale, e analizzarne oggi le implicazioni professionali.

Capire per cambiare, potrebbe essere il nostro slogan. Meglio ancora:Capire per guidare i processi tecnologici e non esserne guidati.
Capire per rimanere protagonisti come giornalisti.

La riflessione del padre della massmediologia che abbiamo appena ricordato ci conferma che la materia che abbiamo dinanzi non è riducibile ad un semplice scambio di informazioni. Piuttosto, investe l’insieme delle relazioni umane di cui la comunicazione è linguaggio, forma e contenuto. Un mutamento delle modalità con cui si producono e distribuiscono le informazioni comporta, prima ancora che una trasformazione del modo di lavorare del giornalista, un cambio del modo di vivere dell’umanità.

E’ questa la grandezza, ma anche la sfuggente incontrollabilità, della comunicazione.
Un fenomeno troppo grande per essere concretamente analizzato dall’interno di una redazione, ma imprescindibilmente pervasivo per poter essere rimosso nella riorganizzazione della nostra vita, e dunque anche del modo di procedere dei giornalisti. In questo gorgo appare sempre meno facile ritagliarsi posizioni marginali, dove si può evitare di affrontare di petto i grandi nodi che la complessità dell’evoluzione ci pone. Ognuno di noi, ad ogni latitudine del sistema mediatico ci poniamo o vogliamo collocarci, deve ineludibilmente avere strumenti e competenze per dare continuamente senso al mutamento che ci percuote.

Siamo alle soglie di una vera filosofia della comunicazione.
Proprio un filosofo, come Umberto Galimberti ,nel suo tomo Psiche e Tecnè , l’uomo nell’età della tecnica (Feltrinelli editore, Milano, 1999), una delle più esaurienti rassegne contemporanee di analisi delle relazioni fra sapere, vita e tecnologia, ci dice che “superato un certo livello, la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario,ciò vale anche per i mezzi di comunicazione, che non basta definire semplici mezzi per occultare il fatto che sono un mondo in procinto di sostituire il mondo…….La rete infatti come si dice a proposito dei computers, il cyberspazio,è un mondo,quindi qualcosa di radicalmente diverso da un mezzo perchè a differenza del mezzo che ciascuno può impiegare per fini che sceglie, con il mondo non si dà altra libertà se non quella di prendervi parte o starsene in disparte”. Forse la constatazione di più lucida ed essenziale semplicità per dare un senso allo sconvolgimento di cui siamo parte da molti anni.
Oggi la redazione è forse la più potente lente d’ingrandimento per osservare il processo annunciato da Galimberti: la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell’uomo per divenire un apparato che include l’uomo come suo funzionario,ciò vale anche per i mezzi di comunicazione, che non basta definire semplici mezzi per occultare il fatto che sono un mondo in procinto di sostituire il mondo.
Una minaccia terribile ma anche una straordinaria opportunità per ridare ruolo e vigore alla figura del giornalista che diventa oggetto e soggetto di una trasformazione che egli può orientare e modificare.

Lo stesso Galimberti continua a darci una ragione di quanto ci sta accadendo ,quando esclude ogni possibilità di estraniarci dal nuovo mondo chiedendoci : ma è davvero possibile stare in disparte in un mondo non ha valore la realtà del mondo o l’esperienza che se ne può fare ,ma solo la sua trasmissibilità,la sua buona riuscita nella versione telecomunicata?

E proprio a un filosofo come Giulio Giorello, abbiamo chiesto, a conclusione del nostro viaggio di aiutarci a identificare le mappe concettuali del processo che stiamo vivendo, dando un’identità al ruolo del mediatore di contenuti quali i giornalisti sono.
Da tempo si è animato un dibattito proprio sulle matrici filosofiche del pensiero digitale (fra gli altri segui dal nostro sito la summer school del pensiero italiano della rete di Castelsardo,www.unisolainrete.it, e l’Internet festival di Pisa , http://www.internetfestival.it/wp-content/uploads/2014/09/01-IF2014-com-23-settembre.pdf , ), che documentiamo nel nostro sito e che suggeriamo di seguire con attenzione per completare la propria preparazione.

Proprio la trasmissibilità come condizione a priori di ogni contenuto o servizio, ci dà la misura del cambiamento non dei soli mezzi, ma dell’intera sfera antropologica in cui abbiamo vissuto .E’ la trasmissibilità che ha reso possibile, come abbiamo visto prima, il graduale accostamento alla scrittura di altre forme espressive, come appunto la fotografia e i video. Ancora una volta la forma diventa contenuto.

L’evoluzione del sistema continua .Se prima era il medium il messaggio e non il suo contenuto, come diceva Mc Luhan, oggi è la velocità del medium a esprimere la qualità della relazione mediatica e non più la tipologia del vettore comunicativo,come ha successivamente integrato Paul Viriliò, il grande sociologo della dromologia (http://www.mediamente.rai.it/home/bibliote/biografi/v/virilio.htm ). La velocità infatti sta diventando di per sè un ambito, una categoria, un contenuto, che riclassifica non solo la professionalità giornalistica, ma anche la grammatica del mestiere.mentre nel 1944 Albert Camus già si lamentava dell’informazione moderna affermando: “si vuole informare velocemente invece di informare bene.La verità non ci guadagna”. Nel 1980 la CNN celebrava il lancio del suo canale All news con lo slogan :Slow news no news,. Oggi, proprio per l’addensarsi delle inifinite esigenze di personalizzazione e individualizzazione del servizio comunicativo , siamo arrivati alla necessita non solo della contemporaneità fra evento e notizia, ma all’istantaneità del commento: Slow analisys No analisys.
Infatti si parla già del giornalismo della 6° W. Il giornalismo che integra le 5 canoniche w del giornalismo classico (What?,Where?When?Who?Why?) con la sesta di While,mentre. Il giornalismo che rende la notizia parallela, condivisa ,con l’evento a cui si riferisce. L’informazione del real time sposta, implacabilmente, il baricentro del giornalismo dell’essere umano al sistema tecnologico, l’unico in grado di reggere l’esasperata velocizzazione della competizione. Valga per tutti il caso delle contrattazioni finanziarie, il cosi detto Hight Frequency Trading, dove si combatte sul filo delle frazioni di nano secondi per orientare immense strategia di vendita o di acquisto dei titoli. Il giornalismo del real time è il giornalismo degli agenti intelligenti, è il giornalismo del software,dove l’algoritmo determina, all’origine il pensiero e il valore, reale o immateriale.

L’innovazione come Dèjà vu

Il tornante che stiamo doppiando non coincide con l’avvento del computer, come ancora oggi molti sembrano, sbrigativamente pensare, trovando così un totem contro cui concentrare le proprie rivendicazioni.
Viene da molto più lontano.

Il richiamo che abbiamo fatto al saggio Proust e il Calamaro, della professoressa Wolf della Tufts University di Boston, in cui si descrivono i processi di metabolizzazione delle forme espressive dell’uomo,ci ha informato di come l’iconografia fosse una delle prime forme di comunicazione umana. L’esplosione delle immagini in rete diventa così un ritorno e non una distorsione o una discontinuità. E’ questa una delle tesi del nostro libro: l’innovazione esplode perchè si alimenta degli istinti primari dell’uomo e non introduce invece delle diversificazioni inedite .Semmai è stata la parentesi fordista , con la massificazione meccanica e gerarchica del lavoro ad aver violentato la cultura umana.

Vedremo come anche questo specifico processo, che ci porta all’automatizzazione di funzioni che pensavamo non potessero mai essere delegate ad un sistema artificiale, inizia praticamente con i primi passi di quel lungo cammino dell’uomo sulla strada della propria emancipazione, prima dalle costrizioni della natura, poi, dai vincoli ambientali e sociali, infine dalle fatiche del lavoro e della manifattura.

Ma per venire in un’epoca più vicina a noi, ma sideralmente distante dalla computerizzazione attuale, ci basterebbe rileggere, autori che ci potrebbero sembrare quanto di più lontano ci sia dalle questioni connesse agli algoritmi e ai motori di ricerca. Pensiamo al Pico Della Mirandola che introduce il tema dell’individualità e dell’intraprendenza comunicativa dell’uomo rinascimentale nella sua Oratio de Hominis Dignitate del 1487 .Oppure la stupefacente intuizione di Giordano Bruno sulla reticolarità delle forme del pensiero dove non vi è mai un vero centro, esposta nelle sue Opere magiche dove descrive l’attuale struttura del web “ nell’infinito spazio possiamo definire centro nessun punto,o tutti i punti: per questo lo definiamo sfera, il cui centro è ovunque” (http://leenspruit.com/pdf/6.%20magia%20socia.pdf).

E ancora, venendo più vicino, con lo stesso Carlo Marx, passato immeritatamente alla storia delle ideologie come l’aedo del lavoro manuale, nel fatidico capitolo 13 del 1° volume del Capitale già scriveva” Il Darwin ha diretto l’interesse sulla storia della tecnologia naturale ,cioè sulla formazione degli organi vegetali e animali come strumenti di produzione della vita delle piante e degli animali. Non merita eguale attenzione la storia della formazione degli organi produttivi dell’uomo sociale,base materiale di ogni organizzazione sociale materiale?” e per tanto Marx conclude: “occorre scrivere una storia critica della tecnologia”
E, procedendo ancora a grandi passi verso l’attualità, un altro passaggio significativo di questa mappa dei presentimenti della società a rete la troviamo in un testo fondamentale dell’estetica del ‘900,il saggio di Walter Benjamin L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Siamo nel pieno degli anni ’30, dominati dal dibattito nel movimento del lavoro, guidati dalla fabbrica come motore sociale. Eppure proprio nel pieno di questa cultura fordista uno dei massimo esponenti della visione marxista ,seppur corretta e aggiornata dalla lezione dei cosi detti francofortesi,come appunto Benjamin già annunciava la nuova epoca della disintermediazione dei produttori di contenuti, dell’attacco al primato del giornalista, come dell’autore in genere, affermando il principio della “migliorabilità” dell’opera d’arte che nell’età della sua riproducibilità non è più data una volta per sempre. Un esempio tipico, dice Benjamin ,che scrive, ricordiamolo nel 1935, è proprio il cinema:il Film, afferma ,è l’opera d’arte più capace di miglioramento.E questa sua capacità di miglioramento è in connessione con la sua radicale rinuncia al valore di eternità.

Siamo al centro del sisma: ogni opera d’ingegno , ci dice Benjamin, per le sue stesse modalità di realizzazione diventa fluida, liquida direbbe oggi Zygmunt Bauman,ed è per questo esposta a continui interventi e manomissioni.
L’opera diventa un valore negoziabile con il suo utente. Inizia a montare proprio in questo momento l’ondata che oggi sta travolgendo tutti i titolari di contenuti:la provvisorietà tecnologica.

Ma siamo pur sempre difronte ad una conseguenza, ad una reazione, che cosa è che ha provocato lo tsunami, facendo in modo che persino il contenuto più sacro e inviolabile, l’opera d’arte, diventi relativa? Questa è la vera domanda che dobbiamo porci come giornalisti per comprendere le dinamiche che ci circondano. Ancora Benjamin individua un fenomeno che ci riguarda più direttamente ancora del cinema: “ la stampa quotidiana iniziò ad aprire ai lettori la propria cassetta delle lettere,così che oggi non c’è un europeo,inserito nel processo lavorativo che,in linea di massima, non possa trovare l’opportunità per la pubblicazione di un’esperienza lavorativa,di un reclamo, di un reportage, o cose simili. Con ciò la distinzione fra autore e pubblico è sul punto di perdere il suo carattere fondamentale….Il lettore è ognora pronto a divenire uno scrittore” (W.Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.Donzelli editore, Roma 2013).
In questo preveggente passaggio Benjamin non solo ci annuncia il senso di un processo sociale che oggi è già tutto squadernato sotto i nostri occhi, con le molteplici forme di sovrapposizione fra autore e utente che possiamo constatare in tutti i campi della creatività intellettuale. Facendo riferimento alla sua matrice culturale imbevuta di materialismo marxista Benjamin ci dà anche un indizio per decifrare le origini del fenomeno di inversione dei ruoli fra autore attivo e fruitore passivo. E’ il passaggio in cui , nel lontanissimo 1935, specifica che il lettore che può affiancare lo scrittore è un europeo “inserito nel processo lavorativo”, ci rivela che è là, nel gorgo della manifattura, della produzione materiale della catena di montaggio fordista, che si nasconde il nuovo demone della disintermediazione.
La stessa storia dell’informazione è disseminata di curiosi episodi, di disarmanti frammenti occasionali, che in altre epoche o contesti, avevano in qualche modo anticipato forme di comunicazione reticolare. Come ad esempio, e lo affronteremo in uno dei prossimi capitoli, il cosi detto Albero di Cracovia, dove, nella Parigi di metà del ‘700 ci si trovava per raccogliere e commentare notizie che provenivano dalla guerra di successione in Polonia. Una specie di socialnetwork ante litteram.O come il quotidiano Lampo, che uscì per qualche mese a Napoli, a metà dell’800, con una singolare formula basata sulla raccolta e il commento delle notizie degli altri giornali, una specie di rudimentale Google news .Davvero nulla si crea e nulla si distrugge. Sono anche questi segnali deboli, li definirebbe la sociologia, di come l’attuale pervasività tecnologica si sia alimentata di una consapevolezza, ancora di più, di una domanda sociale che già serpeggiava da tempo nella nostra comunità.E’ questa radice che va compresa e analizzata per dare poi una stima, un valore, una previsione ai nuovi processi innovativi che ci raggiungeranno in futuro.

Come abbiamo già accennato, proprio l’atto di nascita del movimento del lavoro di massa, che storicamente è il Capitale di Carlo Marx, contiene al suo interno gli elementi di una visione diversa della dinamica sociale, non più e sicuramente non prevalentemente basata, sulla cosidetta contraddizione Capitale-lavoro.
Lo stesso Marx sia nello stesso Capitale, come abbiamo visto prima, ma sopratutto in altre opere precedenti, come i Lineamenti Fondamentali della critica dell’economia politica, ci avverte che proprio il capitalismo avrebbe potuto portare “ all’arricchimento dei bisogni e in particolare il bisogno generalizzato di un’attività non alienata”.
Esattamente quanto si è verificato con l’esplosione della vecchia fabbrica fordista di massa e la sua sostituzione con un molecolare processo di auto impreditorialità che dai punti alti dello sviluppo economico, in occidente sta dilagando in tutto il pianeta.
E’ questo processo che tende a sostituire la triade lavoro di massa-consumi di massa- media di massa, con l’alternativa : lavoro individuale-consumi personalizzati-media on demand.
E per questo il computer, ossia lo strumento che tende a decentrare la potenza di calcolo ,prima riservata ai grandi apparati industriali, al singolo, diventa oggi l’elemento costitutivo delle nuove forme di produzione della ricchezza. E se è il computer , e non più la catena di montaggio a produrre oggi valore, varrebbe la pena di dare ancora ascolto ancora al vecchio Carlo Marx quando suggeriva per comprendere il flusso della storia di fare attenzione al modo con cui si produceva valore:”impadronendosi di nuove forse produttive, gli uomini cambiano il loro modo di produzione e cambiando il modo di produzione, la maniera di guadagnarsi la vita, cambiano tutti i rapporti sociali.Il mulino a braccia vi darà la società del signore feudale,il mulino a vapore la società del capitalista industriale”.(Miseria della Filosofia,K.Marx, Editori Riuniti).

E il computer, non si può oggi fare a meno dal chiedere, che società ci darà? Quella che stiamo vivendo oggi , appunto,che altro non è se non la società a rete.
Il networking come pratica sociale,direbbe Manuel Castells,nella sua già citata trilogia La Società a rete ( Bocconi editore, Milano 2003) ( http://www.digitalperformance.it/?p=425 )
il sociologo catalano descrive meticolosamente proprio il rapporto di causa ed effetto fra le evoluzioni del sistema socio produttivo e l’espandersi delle nuove procedure reticolari.In particolare mostra come l’affiorare e poi l’espandersi di quel fenomeno che chiama “individualismo interconnesso”, ossia l’esponenziale spinta alla differenziazione dei comportamenti e dei desideri di ogni individuo produca una eguale forma di convergenza fra individui mediante le connessioni a rete che diventano appunto il linguaggio delle moltitudini , ossia dell’insieme di individui, e non più delle masse.Un fenomeno, dice Castells, caratterizzato non tanto dal suo soggetto sociale, ossia appunto l’individuo, quanto da modo con cui questo comunica, ossia la rete,”in questa società a rete il potere continua ad essere l’elemento di forza predominante che ne definisce le forme e la direzione.Ma il potere non risiede nelle istituzioni,e neanche nello stato o nelle grande aziende.Esso si trova nelle reti che danno forma alla società” (M.Castells,Why networks matter” in Networking Logic a cura di Helen McCarty,Paul Miller,Paul Skidmore,Demos, Londra, 2004).

I giganti corrono sulle gambe dei nani

In questa logica sbiadisce la vecchia figura del reporter senza macchia e senza paura.
E’ questa visione che alimenta il mito del giornalista ,cane da guardia della democrazia, o l’iconografia del reporter che consumando la suola delle scarpe, faceva trionfare la verità, il cui simbolo è la famosa scena finale del film Giungla d’Asfalto, dove un intemerato Hunphrey Bogart fa ascoltare al gangster di turno il frastuono della tipografia che sta per stampare il giornale con il reportage che lo inchioderà.. I gangster rimangono ma di quel frastuono non c’è più traccia, e non solo perchè è cambiata la tipografia.

Al centro dell’epopea era la notizia, anzi lo scoop, con accanto la figura del cronista che scavava.

L’aumentata distanza fra la fonte delle notizie e gli occhi dei giornalisti è da molti considerata una delle principali cause della crisi che sta attanagliando il settore giornalistico.
I dati sono spietati.Negli Stati Uniti, che sono la macchina del tempo per il mercato dell’informazione, ossia anticipano regolarmente i fenomeni che poi si riprodurrano in Europa e nel nostro paese, negli ultimi 10 anni il 46% dei ruoli giornalistici sono stati cancellati nelle testate( http://t.co/AXsW4k20BM ).La cosa particolarmente interessante, e che reincontreremo ancora più avanti, è che ad essere falcidiati sono in particolare le funzioni di desk, prima ancora di quelle degli inviati o dei notisti.Segno che la softwarizzazione della professione è già giunta all’osso del mestiere.
I dati in materia sono in continua ebollizione, per un aggiornamento segui il sito del libro.

In Italia il quadro non è per nulla migliore.
Gli ultimi dati disponibili al momento di stampare la versione cartacea del nostro libro (2013) ricavati dalla relazione elaborata dalla FIEG, la federazione degli editori di giornali,(http://www.fieg.it/salastampa_item.asp?sta_id=786 )
sullo stato del mercato delle informazioni in Italia ,ci mostra come i giornali siano tutti in caduta verticale. Nei 24 mesi che vanno dal 2011 al 2013, la diffusione dei quotidiani ha continuato ha perdere copie in ragione di un ulteriore 13,5%,arrivando ad un totale che è largamente inferiore ai giornali che si leggevano in Italia dopo la prima guerra mondiale. Siamo tornati al 1920.Parallelamente, o prioritariamente lo vedremo più avanti, cala il fatturato pubblicitario. Negli stessi 24 mesi i quotidiani perdono il 19,5%,i periodici il 23,9,le TV il 10% secco .Gli unici indicatori che mostrano un segno + sono quelli che si riferiscono al mercato on line:+103,8% le copie digitali diffuse dai quotidiani negli stessi 24 mesi che stiamo analizzando. Ovviamente , e di questo parleremo lungo tutto il nostro viaggio, ogni incremento nel digitale non riesce ,se non in minima parte, ha compensare quanto disperso nel mercato tradizionale .Questo è il nodo che si sta stringendo alla gola del giornalismo.
Segui nelle pagine relative del nostro sito l’evoluzione del mercato italiano e degli interventi legislativi.
Una gola che pare abituata ad essere serrata ogni volta che si profila un cambiamento, un’innovazione sulla scena dell’informazione.

Anzi il paradosso che si coglie, guardando retrospettivamente la lunga e gloriosa, diciamolo, storia del giornalismo globale, è che ogni volta che un ritrovato tecnologico risponde e realizza la domanda di partecipazione ed estensione della gamma delle opportunità informative, si restringe il campo giornalistico. In sostanza ogni volta che entrano in scena nuovi soggetti e nuove culture il mestiere del giornalista vive una crisi di identità che coincide con una cessione di protagonismo e sovranità sul monopolio della notizia. Questo è forse il vero cuore del nostro ragionamento. Il logoramento progressivo che da secoli si sta realizzando, prima in maniera impercettibile, poi gradualmente con un’accelerazione sempre più intensa, proporzionale al ritmo dei processi innovativi,del ruolo e del protagonismo della figura del giornalista professionista.
I dati che abbiamo ricordato prima, con gli inesorabili trends che annunciano un esuarimento del pr4otagonismo giornalistico, in realtà rappresentano l’ultimo anello di una lunga catena il capo della quale potremmo ,convenzionalmente, collocare attorno al primo millennio prima di cristo, quando in occidente prende velocità la tradizione epica, alimentata e formata dalla raccolta da parte dei primi reporters professionali di una frammentatissima tradizione orale che riproduceva miti e leggende.
Da Omero in avanti il processo di formazione degli apparati informativi ha disegnato un’orbita ellittica, dove il giornalista prima prende forma, e via via diventa padrone assoluto della scena, insediandosi addirittura fra i grandi poteri costitutivi della democrazia nella sua accezione più comune, e poi si comincia a tracciare una traiettoria che vede il ruolo del redattore professionista distanziarsi sempre più dall’epicentro dell’informazione, diventando, gradualmente sempre più accessorio .Infatti se leggiamo gli ultimi 2000 anni di storia alla luce delle dinamiche comunicative, notiamo due fasi ben distinte, che si sono intrecciate e inseguite ripetutamente. All’inizio, siamo proprio all’alba della cultura occidentale, possiamo vedere come la figura del mediatore di informazione assuma valore proprio nel momento in cui si distanzia dalle forme di partecipazione sociale legate proprio alla tradizione orale ,grazie all’invenzione della scrittura che diede potere più che ai creatori di pensiero ai tecnici della diffusione della parola. E’ noto infatti la resistenza dei grandi pensatori del tempo rispetto alle forme di diffusione delle proprie opere da parte degli scrivani. A tutti diede voce Platone con il suo Fedro (http://www.filosofico.net/fedro.html),in cui bolla la scrittura come maledizione degli dei che avrebbe immiserito la mente umana inaridendone la memoria. Forse la prima difesa corporativa della lobbies degli intellettuali che vedono minacciato il proprio potere monopolista sulla diffusione del proprio pensiero. Si tratta di un lungo filo questo che ritroveremo sempre ad attraversare ogni discussione sull’evoluzione della comunicazione. Permanentemente dietro la condanna del moderno, delle nuove forme e contenuti della comunicazione contemporanea, troveremo lo snobbismo peloso e interessato degli intellettuali del tempo che vedono minacciato il proprio status di unici sacerdoti del sapere.

Man mano che prende velocità il processo di “riproducibilità tecnica” ,avrebbe detto Water Benjamin, delle opere dell’ingegno attraverso sistemi di comunicazione tecnologica che vanno dalla circolazione delle prime tavolette a cera fino, oggi agli algoritmi di ricerca semantica,si gonfiano le fila di coloro che si sentono defraudati da un potere, meglio dire una rendita, che gli consentiva status sociale, posizione professionale, remunerazioni consistenti.
Proprio Benjamin descrive con straordinaria efficacia questo processo ineluttabile di irruzione di milioni di individui sulla scena della creatività umana:”Con la crescente espansione della stampa,che mise a disposizione del lettori sempre nuovi organi politici, religiosi,professionali, scientifici, locali,una parte sempre più grande di lettori finì-inizialmente per caso- nel novero degli scrittori”.( L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.W.Benjamin,Donzelli editore)
Una lucidissima analisi che appare ancora più preveggente se pensiamo che data 1936, ossia proprio nella fase in cui l’accelerazione informatica, che diede corpo indiscutibile a quella previsione, non si era ancora minimamente palesata.

Il passaggio del testimone fra l’epoca del dominio dei pensatori e quella dell’avvento dei riproduttori lo possiamo collocare, simbolicamente attorno al 12° secolo, in un luogo ben preciso dell’Europa: Chartres ( vedi Sono le News Bellezza,M.Mezza,Donzelli editore ,Roma 2011). Proprio nelle maestose e solenni volte dell’abbazia romanica sulle cui rovine venne poi costruita l’imponente ed elegantissima cattedrale che ancora oggi possiamo ammirare ( http://www.france.fr/it/siti-e-monumenti/la-cattedrale-di-chartres.html ) fu elaborato il principio che per circa i mille anni successivi fece da logo alla società dei mediatori,da simbolo al potere dei pensatori prima e dei riproduttori poi:Siamo come nani sulle spalle dei giganti,così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane,non certo per l’altezza del nostro corpo ,ma perchè siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.
Un principio che dobbiamo a Bernardo da Chartres, un antesignano dei più moderni intellettuali che sintetizzarono lo spirito del proprio tempo.
Bernardo era un dottissimo bibliotecario, che presidiava uno dei gangli vitali del sapere della sua epoca, appunto quel data base naturale che era l’abbazia di Chartres, dove si concentravano tutti i volumi che venivano copiati dai networks religiosi. Si stima che fossero circa 50 all’anno.E Bernardo li leggeva tutti, e così saliva sulle spalle dei giganti del suo tempo. Siamo nel XII secolo proprio nel momento in cui il libro, stiamo parlando ovviamente del libro copiato a mano, i caratteri mobili di Guttemberg dovranno attendere ancora 4 secoli.Ma già si delinea il primo fenomeno di diffusione dei saperi. Un fenomeno facilmente circoscrivibile, gestibile, manovrabile, dai giganti. E Bernardo ne è uno di loro. Un gigante che celebra i giganti. Ma che in qualche modo percepisce una forma di dualismo con i nani:sono piccoli ma agili e intraprendenti, e maledettamente ambiziosi .Al al momento si accontentano di arrampicarsi sulle spalle dei pochi che possono scrivere e diffondere libri. Qualcosa comunque sembra già preludere ad una rottura degli equilibri, all’irruzione sulla scena di una massa di irrequieti individui. Ricordiamo siamo nel XII secolo, negli anni delle prime grandi cattedrali, dove religione e imperi fanno a gara a monumentalizzare il proprio potere di suggestione. Ma siamo anche nel tempo in cui comincia a serpeggiare una domanda di rilevanza, se non proprio di partecipazione. In quella fase cominciano ad affiorare le prime città che si staccano dai feudi:Bruges,Venezia,Anversa, Genova,Firenze,Amsterdam .Il centro della storia cambia con il cambiare dell’innovazione tecnologica. Ma il motore è una nuova razza padrona, quella che Jacques Attalì nel suo libro Breve storia del Futuro, Fazi, Roma 2007, identifica con l’artigiano-mercante, si costituiscono forti elites mercantili che “approfondiscono allora l’ideale greco giudaico ,dando forma alla libertà di circolare, di trasmettere,di sapere, di fare fortuna” Questo potente motore sociale si avvale, come proprio totem sociale del libro come media.
Ivan Illich,un originale e critico pedagogo della modernità, in un suo pregiatissimo saggio, La Vigna del Testo(Cortina editore, Milano 1994),spiega come si realizzò un processo non molto dissimile a quanto sta accadendo oggi con l’informatizzazione a rete delle comunicazioni:L’avvento della scrittura ripetitiva-mediante i copiatori cistercensi-ruppe la cultura della pergamena. La pergamena, l’editto, il testo singolo, proclamato da un potere centrale ,era il figlio naturale di una società imperiale, verticale,tutta legata ad un principio unico di autorità. La pergamena dava voce a quel potere solitario ed incontrollabile .La comparsa dei primi libri introduceva novità sociali, antropologiche: il testo fissato su carta ,disponibile per più letture,diveniva controllabile, negoziabile .Il lettore poteva leggere personalmente, individualmente, a bassa voce, compitando parola per parola .Quel passaggio- conclude Illich- fu propedeutico alla formattazione di una nuova cultura sociale, di una nuova figura inedita-il singolo operatore economico, l’artigiano-mercante che diveniva cittadino.

Siamo così a ridosso di un nuovo tornante.
Guttemberg offre a questa dinamica figura sociale, l’artigiano-mercante, uno un ordigno deflagrante: la stampa. I nani cominciano a valutare la propria, autonoma e distinta potenza.
Il baricentro del potere culturale si sposta decisamente dai creatori del pensiero ai divulgatori: gli stampatori e gli editori.La tecnica comincia a prevalere sul pensiero.
In 50 anni, dopo la scoperta di Guttemberg, i libri si calcola che passino da 30 mila, che erano stati stampati a mano fino ad allora, a 10 milioni di volumi. Un’esplosione esponenziale che travolge equilibri e primati.
Questo movimento che disintermedia l’autorità, trova voci ed elaborazioni di altissimo pregio. Fra queste Giordano Bruno,il gran Nolano, l’eretico per antonomasia, che prima di essere bruciato dall’Inquisizione a Campo de’ Fiori a Roma il 17 febbraio 1600, nel suo complicatissimo testo de Lo spaccio de la bestia trionfante scrive:[…..]gli dei avevano donato a l’uomo l’intelletto e le mani,e l’avevano fatto simile a loro,donandogli facultà sopra gli altri animali; la qual consiste non solo in poter operar la natura et ordinario,ma et altro fuor le leggi di quella: acciò (formando o possendo formar altre nature,altri corsi,altri ordini con l’ingegno,con quella libertade senza la qual non arrebe detta similitudine) venesse ad serbarsi dio de la terra.

Si disegna così, forse per la prima volta con una dettagliata relazione dei soggetti del cosmo, il protagonismo eversivo della creatività dell’uomo che può , dunque deve, spaziare oltre e contro le regole della stessa natura e tanto più del vecchio ordine sociale. Siamo all’avvio di quella corsa verso la libertà come strumento essenziale per lo sviluppo dell’umanità. Una tendenza di cui la comunicazione è supporto e contenuto imprescindibile:dai libri stampati ai primi giornali. Dai pensieri ,alle notizie; dalle grandi teorie alla stretta attualità. Un’evoluzione che trasforma la nostra civiltà, modificando la relazione fra potere e informazione lungo il crinale della velocità: sapere diventa potere se si sa prima degli altri, visto che ormai tutti sanno, prima o poi.
L’abbondanza diventa una nuova dimensione del sapere: cresce a dismisura, e non rispetta alcun primato o tutela. Alla fine del ‘700, nel pieno illuminismo, alle soglie della rivoluzione francese,Denis Diderot scrive, quasi scandalizzato:”con il passare dei secoli il numero dei libri continuerà a crescere, e si può prevedere che arriverà un momento in cui sarà altrettanto difficile imparare qualcosa dai libri che direttamente dallo studio dell’intero universo….quando quel tempo arriverà dovrà essere intrapreso un progetto che fino a quel momento sarà stato trascurato perchè non se ne sentiva la necessità”.
Difficile immaginare una previsione così dettagliatamente circostanziata. Il grande enciclopedista, forse già con una filo di amarezza di fronte alla sua opera che vede già invecchiata, annuncia al mondo che si sta entrando nell’epoca della moltiplicazione dei contenuti e della centralità della capacità di catalogazione e indicizzazione. Diderot annuncia Google. E ancora di più se è vero che , dati che sono certificati al 2011: viviamo oggi in un tempo in cui ogni34 ore si produce la stessa massa di informazioni equivalente a quanto elaborata dall’età delle caverne al 2003.
Difficile davvero pensare che tutto quanto si faceva, diciamo entro il 2003 possa rimanere eguale a se stesso. A cominciare proprio dal mestiere di giornalista.Come simbolicamente conferma la trasformazione del Loyd’sList, il più antico quotidiano inglese che ancora veniva stampato fino alla fine del 2013, che ormai è disponibile solo su web (http://www.lloydslist.com/ll/)

La mediamorfosi del cane da guardia

Non a caso il nostro viaggio attorno alla nuova figura di giornalista inizia con un’apparente digressione nel Giardino dei Gentili.
E ‘ questo il titolo di un progetto culturale elaborato da Cardinal Gianfranco Ravasi,presidente del Pontificio consiglio della Cultura. Si tratta di una serie di incontri e confronti con esponenti del pensiero laico ,aperto al mondo dei non credenti. Un percorso di grande respiro, che ,attraverso gli ultimi due pontificati, quello di Benedetto XVI e l’attuale di Papa Francesco, tesse una fitta rete di relazioni e contatti attorno al pensiero cattolico .La prima tappa della carovana del pensiero è stata dedicata, nel settembre del 2014, all’informazione, con un suggestivo incontro pubblico tenuto il 25 settembre a Roma, con giornalisti di diversa estrazione, culminato in un dialogo con Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica ( http://www.parrocchiasantissimosalvatore.it/esterni-vaticano-archivio/cortile-dei-gentili-con-i-giornalisti-il-card-ravasi-verita-e-parola-al-centro-dellincontro )

Il confronto fra il Cardinale e il direttore ha preso le mosse proprio dalla mediamorfosi in corso nel sistema informativo. Entrambi hanno fatto riferimento al concetto espresso nell’ultimo intervento pubblico di Steve Jobs, il 2 giugno del 1910, in occasione della convention del Wall Street Journal a Ranchos di Palos Verde ( http://www.ilfoglio.it/soloqui/5298 ),quando il fondatore della Apple, sorprendentemente si scagliò contro la trasformazione del giornalismo in un nugolo di Bloggers. Vera musica per le orecchie di chi considera con sospetto la trasformazione in atto.
Lo spartiacque è quella parola magica che appare ogni volta che si deve valutare la crisi di un sistema di comunicazione: qualità. Diventa sempre e solo questione di qualità. Bisogna tornare a produrre qualità, è il ritornello di chi considera l’attuale come un appannamento momentaneo di una fulgida stagione del sapere umano, quale è stata l’informazione che consumava la suola delle scarpe.
Lo stesso Jobs agitava questo vessillo, dicendo testualmente: Se una democrazia vuol funzionare seguendo un processo libero e sano ha bisogno dell’informazione di qualità,mi riferisco a giornali come il New York Times, Il Washington Post, il Wall Street Journal” .Sembra davvero una resa senza condizioni alla tradizione ma la zampata arriva alla fine: “trovate il prezzo giusto e imparate a conoscere a fondo il vostro utente”. Davvero il caso di dire :in cauda venenum.

Infatti l’astuta sviolinata ai quotidiani storici del suo paese, serve al creatore del MacKintosh per fissare due paletti inesorabili: prezzo e interattività .Sono i due elementi che stanno buttando fuori mercato centinaia di giornali in tutto il mondo. Costi e modello industriale da una parte, modello editoriale e piattaforme tecnologiche dall’altra.
Sono questi i due dati che stanno rendendo il quotidiano, ma più in generale qualsiasi struttura informativa tradizionale, sia essa stampata, o radiotelevisiva,inadeguato rispetto alle nuove culture sociali.
Ma prima di addentrarci in questa selva oscura torniamo un momento alla qualità. E’ un tema scivoloso, e assolutamente sgradevole da affrontare dall’intero della categoria. Ogni affermazione rischia sempre di confondersi con motivazioni obliquie come l’invidia, l’avversione, la competizione. Mi trincero dietro a quella che ancora oggi risulta forse come la più completa analisi sull’attendibilità della stampa, prima dell’avvento della rete,ossia quando la qualità non era insidiata dall’algoritmo.Si tratta del report redatto dal sito Flat Earth News (link) che solo per rimanere ai quotidiani inglesi, cio è di un paese considerato sempre ad esempio per la storica correttezza della sua stampa, “l’80% delle storie raccontate non sono originali ne inedite, e solo il 12% delle notizie pubblicate come proprie erano realmente originali”.Ciò significa che da sempre nel giornalismo si copia, anzi di bara, spacciando per proprie storie e notizie altrui. Risparmiando sudore e scarpe. La rete ha solo introdotto una maggiore trasparenza nel reciproco controllo fra lettore e autore, costringendo quest’ultimo ad una maggiore cautela nel riciclaggio delle informazioni.
Ma il tema di fondo rimane legato ai due elementi che citava Steve Jobs: prezzo e interattività. Sulla combinazione fra questi si gioca il futuro della stampa. Vedremo più avanti come proprio un drastico ridimensionamento dei costi , con un cambio radicale del modello industriale può rappresentare, può prolungare la vita alle testate giornalistiche. Una riforma che significa essenzialmente cambio della cultura della separazione fra lettore e autore. E arriviamo al secondo elemento, l’interattività. Non si tratta di aumentare la dose di tecnologia da introdurre nelle redazioni, quanto di mutare, secondo alcuni orientamenti che abbiamo fino ad ora sommariamente richiamato, e che affronteremo in dettaglio più avanti,si tratta di trovare un nuovo modello relazionale e professionale .Un modello dove il giornalista , proprio in base ai profondi processi di trasformazione antropologica che abbiamo censito, si proponga come l’impresario, il regista, dei nuovi processi sociali che ormai presiedono alla produzione di informazioni. La massa di persone che ormai quotidianamente frequenta i social network, producendo e ruminando, come dice Derrik De Kerchove, contenuti in continuazione, impone una riconfigurazione completa della catena del valore della notizia. Una nuova geometria dell’informazione basata proprio sulla logica bruniana della rete circolare ( “nell’infinito spazio possiamo definire centro nessun punto,o tutti i punti:per questo lo definiamo sfera, il cui centro è ovunque”). Del resto spiega l’ultima ricerca sulla nuova industria digitale dell’Harvard Economic Review : per il futuro delle imprese i clienti e gli utenti sono più importanti degli azionisti.
Un cambio copernicano che implica un approccio diverso alla stessa rete che sempre più si qualifica come listening system , ossia come un apparato che veicola e incrocia le opinioni degli utenti. Ma, per tornare al nostro Giardino dei Gentili, come spiegava Cardinal Ravasi “non ci deve spaventare il dialogo sulla rete e il nuovo linguaggio digitale, del resto le parabole di Gesù sono forse il primo esempio di una comunicazione a 140 caratteri”. Anche Twitter è un Dejà Vu.

Istruzioni per l’uso

Nell’era dei social network l’informazione si frammenta e al contempo avvolge ogni ambito della comunicazione privata e pubblica livellando tutti gli utenti e abolendo ogni gerarchia tra professionisti e non. Qual è dunque oggi la funzione del giornalista? In uno scenario che sembra emarginare il mediatore dell’informazione, questo libro si propone come un vero e proprio manuale, per restituire competitività all’operatore di- gitale. Un nuovo strumento formativo, dunque, per l’aggiornamento e l’abilitazione a tutte le modalità in cui il giornalismo si trovi ad essere praticato, dagli ambiti tradizionali a quelli meno consueti – come il mar- keting, la pubblica amministrazione e i nuovi servizi al cittadino.
Il libro, integrando l’approccio radicale dell’autore con l’esperienza di un grande testimonial del sistema giornalistico italiano come Giulio Anselmi, l’attuale presidente della Fieg, già grande direttore di giornali e di agenzie come l’Ansa, passa in rassegna le nuove forme di giornalismo, dando indicazioni concrete e modelli operativi per esercitare il mestiere anche al di fuori delle tradizionali redazioni, sempre più in via di dima- grimento. In particolare si individua come nuovo profilo portante del giornalista la capacità di selezionare e negoziare le forme tecnologiche che abilitano ogni soggetto, individuale o collettivo, ad intervenire atti- vamente sul mercato dell’informazione.
Analizzando concreti esempi di nuovo giornalismo digitale, messi a confronto con alcuni dei più prestigiosi testimoni della professione – da Ezio Mauro, direttore di «Repubblica», a Roberto Napoletano, direttore de «Il Sole 24Ore», a Lucia Annunziata, direttore dell’«Huffington Post Italia» – si approfondiscono i nessi e le relazioni fra l’innovazione tec- nologica e le tradizioni più antiche della comunicazione.
Il quadro finale è quello di un mestiere che sembra raggrinzirsi e al contrario dilata le sue potenzialità e competenze permeando gli aspetti più diversi dell’attività civile, amministrativa, culturale.