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L’#Alphabet(o) come bene comune

Parla in qualche modo alla politica la decisione di Google di diventare Alphabet?
La decisione di Larry Page e Sergei Brin, i due inventori di Google, di cambiare pelle al motore di ricerca più potente del mondo sicuramente dice molto al mondo della rete e della finanza.
In poche ore il titolo di Mountain View ha guadagnato il 6%, superando quota 665 dollari.E questo è il linguaggio più persuasivo da quelle parti.
La rete sta metabolizzando. perchè uno dei numeri 1 cambia la sua fisionomia?
Alphabet non è solo geometria finanziaria. Come sempre nel digitale la forma è contenuto. Cambia la filosofia strategica del sistema: la potenza di calcolo che sostiene il motore di ricerca verrà spalmata sull’intero arco delle attività, creando centri di riprogrammazione dei nostri modi di vivere: mobilità, salute, memorie, relazioni, economia, informazione,innovazione.Ma sopratutto linguaggi. page lo ha detto papale papale: ci chiamiamo come vogliamo essere: linguaggio.
Alphabet mira ad essere l’alfabeto del mondo.Mettendo il suo algoritmo al centro di una nuova costellazione di soluzioni che automatizzano comportamenti e pensieri.E’ qui il buco nero che dovrebbe in qualche modo parlare alla politica, essere uno dei temi portanti della riflessione sulla democrazia al tempo della rete.
Sarà un caso, ma proprio il giorno in cui Google annuncia di essere diventato Alphabet, il New York Times gli ricorda i suoi limiti, con una lunga intervista a Cynthia Dwork, una delle più accreditate ricercatrici sul tema delle manipolazioni algoritmiche , arruolata dal grande nemico di Google, Microsoft.L’algoritmo, spiega la Dwork, è uno strumento di alterazione valoriale e analitico,che produce un fenomeno di BIAS digitale.
Bias è in psicologia un concetto molto preciso: pregiudizio inconsapevole che si forma sulla base di informazioni incomplete o artefatte.In aree come la selezione delle news,la pubblicità,la ricerca di lavoro, o ancora l’assistenza e la finanza ,secondo la Dwork “algorithms and other types of software can discriminate “. Sicuramente sulla formazione del senso comune, per la pervasività che questi flussi cognitivi hanno ormai nelle nostre relazioni sociali.
Per questo la decisione del vertice di Google dovrebbe in qualche modo occupare il dibattito politico, forse non meno delle decisioni di Marchionne o di Tsipas.Google sta lavorando ad un nuovo sistema di automatizzazione dei comportamenti sociali. Facebook già oggi ha la facoltà di impaginare le nostre emozioni, gerarchizzando il flusso di notizie che ci appaiono nelle nostre pagine mentre trattiamo temi come l’immigrazione, o l’economia.
Già la furbizia di Calderoli, che ha appaltato ad un algoritmo la produzione di 500 mila emendamenti alla riforma del senato, ci annuncia, a sua insaputa, che le procedure istituzionali sono già esposte ad una potenza incommensurabile.
Siamo ai prodromi di una nuova torsione della democrazia. Sotto la spinta populista, la verticalizzazione che si sta imponendo ignora che si sta delineando un ambiente in cui è la potenza tecnologica che, ci ricorda Severino, sta assoggettando l’economia che a sua volta ha già subordinato la politica. E in una società automatizzata, come scrive Nikolas Carr, decide chi governa gli automatismi.
Questa apparente guerra stellare non è insostenibile.
la politica ha soluzioni. Una delle risposte è una cultura critica, che entri nel merito dei sistemi algoritmici e permetta a chi li usi di poterli valutare e integrare.Si tratta di promuovere, lo spiega bene la Dwork ,un atteggiamento autonomo, non subalterno alla tecnica, segnato da quello che lei chiama sistema dell’ “equità attraverso la consapevolezza (Fairness Through Awareness )”. E’ questo forse il capitolo che manca alla carta della rete, appena presentata alla Camera dei deputati da parte della commissione presieduta da Stefano Rodotà. Equità attraverso la consapevolezza significa andare oltre il pur ,ovviamente necessario impegno per un accesso assicurato a tutti alla rete.Significa affrontare il tema di quale ambiente si incontri oggi on line e come le relazioni fra i cittadini possano essere alterate da poteri quali quelli dell’algoritmo che condiziona comportamenti e valutazioni. manca un atteggiamento critico e negoziale. E manca un partito che vi investa energie e intelligenze per un vero nuovo alfabeta culturale come bene comune e non come dominio del nuovo Alphabet.

Michele Mezza

Fonte: L’Unità, 13 agosto 2015

#Google diventa un #Alphabet e il suo #algoritmo è sempre più incombente

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Sarà un caso, ma proprio il giorno in cui Google annuncia di essere diventato maggiorenne, il New York Times gli ricorda le vaccinazioni del caso.

Larry Page e Sergey Brin, come sempre, colpiscono ad agosto ed annunciano che Google non è più una grande cometa, con un motore di ricerca che tira e una scia di servizi accessori che traducono in fatturato la potenza di calcolo.

Diventa una galassia, con un buco nero al centro, il suo algoritmo poliedrico, e una serie di satelliti che ruotano attorno.

Nasce così Alphabet, che, come ha spiegato Larry Page è innanzitutto l’emblema del vero patrimonio di famiglia, ossia la capacità di indurre linguaggi, ed è anche un facile gioco di parole (Alpha-Bet) per indicare una scommessa (bet) su un futuro rendimento finanziario superiore a tutti i valori di riferimento.

Il pane e le rose, potremmo dire, richiamando un altro inventore di linguaggi e di capacità di calcolo del XIX secolo.

 

Lo schema che vedete è la nuova mappa dell’impero, che trasforma Google in un’unica business unit, dove tutti i singoli progetti, anche quelli inizialmente più avveniristici, diventano rami d’azienda.

Qualcosa di molto di più di un semplice riassetto industriale.

Il vertice di Google percepisce che qualcosa sta incubando nella rete, e che le rendite di posizione, anche le più solide, potrebbero essere insidiate in poco tempo da cambi di scena.

La temperatura attorno allo strapotere del principe del research engine sta salendo.

In Europa i fronti di guerriglia si aprono uno dopo l’altro: privacy, fisco, monopolio, concorrenza scorretta.

Non meglio il clima negli stessi USA, dove incombono procedure antitrust.

Ma il vero spauracchio di Google e l’affacciarsi di un altro Google.

O meglio, di un’altra cosa che condensi nuove domande sociali del popolo della rete e dia corpo a nuovi comportamenti.

 

Gli infiniti rapporti bilaterali fra il motore di ricerca e le centinaia di milioni dei suoi utenti stanno rallentando. Sempre di più ci si rivolge direttamente ad un unico ambiente social, per le proprie necessità.

Facebook sta diventando quello che Starbucks è nel caffè: non un luogo di consumo momentaneo, ma un ambiente di vita.

Uscirne è sempre più complicato.

E Google+, come è noto, non regge la concorrenza.

Allora, secondo i dettami darwiniani della Silicon Valley, ci si adegua: una conglomerata che distribuisce il peso del mercato su un fronte più ampio, diluendo il carico d’utenza su più marchi e situazioni.

Ma il cuore rimane la potenza di ricerca e di profilazione: l’arsenale è sempre l’algoritmo.

Ed è proprio quello il bersaglio di una nuova scuola di pensiero digitale, che vede nel soluzionismo del software un sistema da decodificare e negoziare.

Nelle stesse ore in cui il vertice di Google annunciava la metamorfosi, il New York Times lanciava un affondo sul tema delle manipolazioni semantiche prodotte dagli algoritmi.

Cynthia Dwork, una delle più accreditate ricercatrici sul tema, arruolata dal grande nemico di Google, Microsoft, inforca gli occhiali e lancia l’allarme: l’algoritmo è uno strumento di alterazione valoriale e analitico, accusa, introducendo il concetto di bias digitale. Bias è in psicologia un concetto molto preciso: pregiudizio inconsapevole che si forma sulla base di informazioni incomplete o artefatte.

Siamo al cuore del problema che abbiamo già incontrato nel testo Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google (giornalisminellarete.donzelli.it). Infatti il giornalismo, insieme alla pubblicità o alla ricerca di lavoro, o ancora all’assistenza e alla finanza sono i terreni dove più plateale è oggi la manipolazione dei sistemi cognitivi basati su software automatici, secondo la Dwork, che afferma: “… algorithms and other types of software can discriminate”.

La risposta è un atteggiamento critico, che entri nel merito dei sistemi algoritmici e permetta a chi li usi di poterli valutare e integrare.

Si tratta di promuovere, secondo la Dwork, un nuovo clima culturale segnato da “equità attraverso la consapevolezza (Fairness Through Awareness )”.

 

È questo forse il capitolo che manca alla Carta della rete, appena presentata alla Camera dei Deputati da parte della commissione presieduta da Stefano Rodotà.

Equità attraverso la consapevolezza significa andare oltre il pur, ovviamente, necessario impegno per un accesso assicurato a tutti alla rete.

Significa affrontare il tema di quale ambiente si incontri oggi on line e come le relazioni fra i cittadini possano essere alterate da poteri quali quelli dell’algoritmo che condiziona comportamenti e valutazioni.

Un vero nuovo Alfabeto Culturale per il nuovo Alfabeto Tecnologico.

Michele Mezza

Fonte: http://www.key4biz.it/breakingdigital-google-diventa-un-alphabet-e-il-suo-algoritmo-e-sempre-piu-incombente/128875/

#Droni-#giornalisti, il futuro dell’#informazione sarà in cielo

Lily ti segue ovunque e riprende le tue avventure dall’alto. Il dispositivo della Balck Sheep, invece, ha volato sul relitto della Costa Concordia rovesciata nelle acque dell’Isola del Giglio. Quattro eliche e una telecamera gli hanno consentito di avvicinarsi alla nave e di ottenere immagini che nessuno prima aveva potuto girare. E poi ci sono gli AeroDron, veri e propri esploratori. Li hanno usati per mappare le zone dove è presente l’amianto, dal cielo, senza avvicinarsi troppo. Sono solo pochi esempi, ma dicono molto. Gli strumenti del futuro, anche giornalistico, sono loro: i droni.

 

Con eliche, come piccoli elicotteri, o con ali. Perfino con quattro ruote motrici, per spostarsi dall’aria alla terra. Questi piccoli gioielli tecnologici possono riprendere scenari che per l’uomo sono pericolosi o irraggiungibili. Catastrofi naturali, proteste e manifestazioni, guerre. Un drone può documentare da vicino quello che finora si è potuto osservare solo da lontano. Il tutto grazie a un pilota che, munito di tablet, ne dirige il volo a distanza finché l’autonomia del dispositivo lo consente, una ventina di minuti circa.

Semplicità e infinite potenzialità. È per questo che molti considerano i droni gli oggetti delle redazioni del futuro. Tant’è che termini come “drone-giornalista” o “drone-reporter” stanno diventando sempre più comuni. E c’è chi azzarda: il prossimo Pulitzer lo vincerà uno di questi aeromobili con telecamera. Ma le insidie che una novità del genere porterà nel giornalismo sono molte, soprattutto per quanto riguarda la privacy. I droni non sono più solo dispositivi militari, come li abbiamo conosciuti fino a pochi anni fa. Ora stanno diventando parte delle nostre vite ma i confini, in ambito civile, devono essere ancora tracciati.

Negli Usa, la FAA (Federal Aviation Administration) ha regole ancora incomplete. Per anni ha vietato l’utilizzo commerciale dei droni e ha quindi impedito ai media di sperimentare. Solo di recente è stato concesso l’uso dei droni a patto che questi non superino i 2 kg di peso e che non volino sopra i 120 metri. Ed è stato stretto un accordo con 10 delle redazioni americane più famose che consente di usare i dispositivi volanti come veri e propri reporters. Fra i nomi più illustri ci sono quello della CNN, del Washington Post, del The New York Times e dell’AP. ‹‹Vogliamo usare i droni per migliorare la nostra comprensione dei fatti correnti››, ha detto Santiago Lyon, direttore della fotografia per AP a questo proposito.

In Italia, il sistema delle regole è definito e non fa distinzioni. L’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) ha stabilito che chi usa i droni per informare deve rispettare i criteri della professione giornalistica. Pubblico interesse e tutela della privacy non possono essere trascurati. Inoltre bisogna comunicare il nome del pilota e indicare l’orario di decollo e di atterraggio. In più niente voli sopra i 150 metri e con un raggio superiore ai 500.  ‹‹Sono una nuova fonte, che si aggiunge a tutte le altre, certo, con le proprie caratteristiche››, ha ribadito Michele Urbano, esperto di doveri dei giornalisti, nelle sue considerazioni durante l’incontro tenuto sull’argomento, lo scorso giugno, dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Perché questo rimane il punto chiave: spetta sempre all’uomo valutare la notizia. Spetta al giornalista capire dove indirizzare l’attenzione. E che questo ora si possa fare anche con un drone da 300 dollari comprato all’Apple Store, certo ridefinisce le regole del mestiere. Ma non le elimina, e anzi, le rimette in discussione.

Se #Facebook è la madre della notizia, che cosa resta del #giornalismo?

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Dall’ultima ricerca del Pew Research si ricava che ormai gli smartphone sono diventati la modalità prevalente attraverso cui leggere le notizie: solo nel 2012 il 25% delle news venivano lette da smartphone mentre quest’anno si è raggiunto il 50%. È questa la bussola che sta guidando il sistema dell’informazione a riconfigurarsi secondo le nuove categorie della rete: sinteticità, flusso, complementarietà social.

Facebook diventa la madre di tutte le news. I giornali diventano service che consegnano pacchetti prelavorati di notizie. I brand della rete, come Apple sul versante dell’hardware e Google su quello del software, si affiancano come botteghe concorrenziali. Da quest’orizzonte spariscono gli editori, sbiadiscono le testate si diluiscono i giornalisti.

S’avanza in questo scenario una nuova figura di artigiano dell’algoritmo. Una figura professionale che combinando in maniera sempre differenziata e occasionale, competenze tecnologiche con capacità narrative, si incunea dei meandri dei flussi dei social, creando inciampi, rallentamenti, attenzione.

Il prototipo di questa figura è proprio la primula rossa degli scoop Eduard Snowden, il rivelatore dei misfatti dell’agenzia di spionaggio americana NSA. Come ci mostra CitizenFour il documentario che racconta la sua storia, quando contatta Glen Greenwald il fuoriclasse del Guardian lo tiene sotto esame per vari mesi per capire quanta dimestichezza abbia con i sistemi digitali e i linguaggi di decrittazione. “Contattandoti io mi gioco la testa – gli spiega alle sue rimostranze – e devo capire se quando entri in rete ti fai guidare dagli algoritmi o li puoi guidare tu”.

Anche se in contesti meno drammatici, questa regola ormai vale sempre di più per intendere il giornalismo di qualità. Chi guida la corsa all’informazione: l’algoritmo o il mediatore? E soprattutto: quanto il mediatore che deve usare algoritmi è in grado, per cultura, attitudine e volontà, di negoziare e interferire con i sistemi automatici digitali a cui ormai ci propongono di affidarci in cambio di una delega in bianco sui nostri dati?

I prossimi anni saranno il tempo dello scontro con l’algoritmo. Uno scontro per superare e migliorare questi ormai onniscienti e onnipresenti sistemi di soluzioni automatiche, non certo per ritornare al placido artigianato di una volta.

E i giornalisti ritroveranno forse funzione e ruolo come cani da guardia della trasparenza e della modificabilità degli algoritmi, lasciando che il potere sia un conseguenza di questo duello uomo-macchina. Del resto fin dalla fine degli anni ’70, uno straordinario intellettuale italiano Franco Fortini ammoniva: “I conflitti moderni si consumeranno nelle redazioni”.

Michele Mezza

Fonte: http://www.huffingtonpost.it/michele-mezza/facebook-e-la-madre-della-notizia-giornalismo_b_7799828.html

Internet: Mezza, Eco? E’ peggio essere sudditi che imbecilli

screenshot_Ansa_Mezza_Eco_DonzelliDonzelli presenta libro “Giornalismi in rete”,prefazione Anselmi (ANSA) – ROMA, 12 GIU – “Umberto Eco dovrebbe sapere che essere sudditi è peggio che essere imbecilli. Anzi, ne è quasi sempre la premessa. Oggi il vero rischio della rete è quello di una silenziosa subalternità al potere dei pochi samurai dell’algoritmo, come Facebook o Google. Per questo, Eco farebbe meglio a usare il suo prestigio per promuovere l’autonomia del nostro mestiere di giornalisti da questi samurai, piuttosto che farsi portavoce di una casta di ex-titolari esclusivi della parola”. Lo ha detto Michele Mezza, autore del libro “Giornalismi nelle rete”, editore Donzelli, in libreria dal 18 giugno 2015, riferendosi alle parole di due giorni fa di Eco: “I social media – aveva detto ricevendo la laurea honoris causa a Torino – danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività”. Il libro di Mezza, che ha per sottotitolo “Per non essere sudditi di Facebook e Google” e che si apre con una introduzione di Giulio Anselmi, si basa su una formula molto innovativa di integrazione tra cartaceo e digitale. Attraverso l’uso continuo dei quark code e il rinvio a un sito on-line che viene continuamente implementato: gionalisminellarete.Donzelli.it, la discussione sulle nuove frontiere del giornalismo digitale viene alimentata in modo da creare una comunità interattiva di addetti ai lavori. “Lo scopo – spiega lo scrittore e giornalista Rai Michele Mezza – è proprio quello di promuovere il massimo di qualità professionale, insieme col massimo di dominio delle potenzialità e dei linguaggi della rete”.(ANSA). BSA 12-GIU-15 17:26 NNNN

Il gigantesco ‘hully gully’ dell’#Internet delle cose

Miliardi di oggetti connessi nei prossimi anni contribuiranno alla crescente algoritmizzazione della realtà, già avviata con le auto senza conducente e il primato dei social network.

 

“…Se prima eravamo in 9 a ballare l’hully gully ora siamo in dieci a ballare l’hully gully…”.

Il refrein di un’ormai lontanissima canzone degli anni Sessanta, scandiva il crescendo progressivo dei ballerini in pista.

Oggi potremmo adattarla alla Legge di Moore e cantare “se ora siamo 14 miliardi di sensori a scambiarci dati fra 25 anni saranno 100 miliardi di sensori a scambiarsi dati…”.

Una storia che sta già avvolgendo l’umanità.

Si chiama internet delle cose, e ogni giorno che passa stringe sempre più le sue spire attorno a noi. Fino ad ora l’attenzione era tutta concentrata sulle cose che magicamente, grazie a soluzioni tipo Arduino, il chip italiano che fa dialogare gli oggetti, iniziano a parlarsi.

Ora però si comincia a guardare a quell’insieme di flussi e di tracce di dati che scorreranno dentro le nuove reti che tesseranno una nuova trama sul pianeta.

100 miliardi di fonti di informazioni che incessantemente pomperanno e accumuleranno dati. Un pandemonio impensabile.

Jeremy Rifkin, con il suo saggio “Società a costo zero” mira a smentire uno dei postulati dell’economia classico: ogni pasto va sempre pagato da qualcuno.

Rifkin, dati alla mano afferma il contrario: già oggi, dice, alcuni dei nostri pasti cominciano ad avete costi che tendono allo zero.

Pensiamo ai flussi di dati che stanno ripianificando la nostra vita, o alle forme di scambio di energia rinnovabile, o ancora ai tradizionali ormai file sharing di musica o video: tutto ormai pressoché gratis. Pressoché.

Questa piccola approssimazione, vista in una scala da 14 a 100 miliardi, dovrebbe farci arcuare il sopracciglio.

Cosa si chiederà in cambio per assicurare questo nuovo, imminente mastodontico scambio di dati?

Chi ci permetterà di vivere al centro di un frenetico frullatore binario, cosa chiederà in cambio?

Sicuramente l’espandersi del big data, e soprattutto dell’auto-programmazione degli oggetti che potranno prescindere da atti discrezionali da parte nostra, comporterà una geometrica espansione del ruolo dell’algoritmo nella nostra vita.

Il big data comporta un’accentuata, pressoché totale, automatizzazione delle fasi di servizio e di supporto delle nostre attività: l’economia domestica diventerà tutta domotica, i viaggi, i rifornimenti, l’assistenza domiciliare, le terapie sanitarie, saranno tutte basate su uno scambio non gestito, se non proprio involontario, delle nostre protesi.

A governare questi flussi saranno da una parte i software e dall’altra i server, o quelle funzioni che li sostituiranno.

In sostanza, si sta prefigurando un cerchio di seconda generazione, diremmo usando la metafora del libro in cui Dave Eggers (The Circle) ci descrive alla fine del 2014 la geometrica potenza di un social network che assomiglia tremendamente ad un Facebook al quadrato, che ormai ha ingoiato tutte le funzioni discrezionali della nostra esistenza.

Ora non si tratta di lasciarci suggestionare dalla fantascienza.

O da quella sorta di cronaca scientifica che a fatica cerca di distinguersi dall’attualità ordinaria, quanto di decifrare per tempo le tendenze.

L’algoritmizzazione della nostra vita è già un processo quotidiano: la macchina senza guidatore di Google, i trasporti urbani uberizzati, Facebook che diventa edicola globale e sistema telefonico del pianeta altro non sono che queste avvisaglie.

Perfino la paciosa Enel, con i suoi contatori elettronici, una volta che diventasse davvero il net provider della nostra connettività avrebbe i numeri per candidarsi ad essere uno dei cerchi che ci stringe.

Così come l’intesa annunciata nei giorni scorsi, fra le pieghe delle manifestazioni per contestare presidi e bidelli, dall’amministrazione del sistema scolastico nazionale con Microsoft per l’alfabetizzazione nel software degli studenti.

Una decisione che renderebbe ancora più sguarnito questo paese nel passaggio all’internet delle cose che sarebbe solo una gigantesca autostrada per il pensiero computazionale, tale è il software, esterno.

A quel punto staremo a bordo pista a guardare altri a ballare l’hully gully.

Michele Mezza

 

Articolo orirignale http://www.key4biz.it/breakingdigital-il-gigantesco-hully-gully-dellinternet-delle-cose/121237/#.VWh7XSQiWqc.twitter

 

Un mestiere autonomo per una produzione automatica

Il Generale Robert Cone, dello stato maggiore dell’esercito degli Stati uniti, ha dichiarato che la US Army intende ridurre il numero di soldati in carne e ossa sul fronte per reclutare robot. Entro il 2019 le truppe americane si ridurranno di 120 unità, passando da 540,000 na 420.000 (http://www.panorama.it/mytech/guerra-eserciti-robot/).
La notizia, che ci porta alle mille versioni della serie Terminator,in realtà non dovrebbe stupirci poi molto. ormai sono già dieci anni che le cronache belliche ci riportano di azioni programmate e realizzate da computer.Cosa altro sono ormai i popolarissimi droni che imperversano su tutti gli schacchieri militari?
Semmai il risvolto della notizia che merita più attenzione è il deestino dei 120.000 soldati messi in cassa integrazione, diremmo in Italia. Che ne sarà di loro?
E’ il tema breaking digital per eccellenza. La disoccupazione tecnologica non è più una questione di scenario.E’ il cuore del cosidetto nowcasting, ossia della strategia del presente e non più del futuro.
I dati sono lo sfondo di ogni cronaca economica ormai da più di un ventennio.La disoccupazione sale vertiginosamente nei momenti di crisi e non riporende proporzionalmente nei momenti di ripresa. Questa sembra ormai la regola su cui si stanno attestando le bussole economiche del pianeta a tutte le latitudini.
Negli Usa, dove da lameno 18 mesi il cavallo beve, come si dice, e la produzione riprende con fenomeni ormai sostanziosi di reshoring, ossia di rientro di fabbriche nel paese, dopo l’ebrezza del decentramento produttivo dei due decenni precedenti, la disoccupazione non accenna a calare sotto la soglia del 5,4%.Poco più della metà di quella europea, e poco meno di un terzo di quella italiana, dove siamo ai limiti della sopportazione. Eppure anche in Europa e nella stessa Italia le lancette degli indicatori euronomici non sono più sul rosso.
la saggistica globale si concentra su questo tema: con l’automazione quale lavoro?
Fa da riferimento il testo The Second Machine Age di Erik Brynjolfsson e Andrew Mc Afee che disegnas uno scenario sconsolato. Sullo sfondo una rivisitazione degli entusiasmo tecnologici. Forse, sostiene in sostanza questa schiera di revisionisti digitali, abbiamo sbagliato ad aprire questo vaso di Pandora. Diversa è la risposta di un filone tecnocratico, di netta impronta neo positivista che replica indicando la mutazione antropologica dell’idea stessa di lavoro: non più fatica subalterna ma attività intraprendente. In Asia, dice Edfuward Tse nel suo saggio China’s Disrupotors,12 milioni di nuovi imprenditori digitali stanno ridisegnando le mappe di una nuova società dello sviluppo.
Come sempre in questi casi bisogna guardare agli interpreti umani della partita e non alle protesi strumentali. Come si stanno muovendo gli uomini sul pianeta e quale valore oggi privilegiano: la sicurezza? la libertà? l’autonomia? il benessere?
da queste domande discenderà il nuovo equilibro sociale di cui la tecnologia è una variabile subordinata e non la causa scatenante. fenomeni come il nomadismo, l’invecchiamento, la globalizzazione, e l’individualizzazione nelle relazioni umani rendono indispensabili forme tecnologiche che sostituiscano le forme residenziali e statiche del lavoro. In questo ocntesto la possibilità che , come sostengono le ultime ricerche più accreditate, circa il 50%, più in europa che negli Usa, degli attuali lavori saranno sostituiti da forme di automazione robottizzata divenat plausibile e indispensabile. Come diventa logico che si realizzi la seconda parte di questi studi, ossia che i ragazzi di oggi lavoreranno in attività che al momento non esistono per almeno il 40%.
la vera divisione, spiega Manuel Castells , sarà fra lavori autopèrogrammati e lavori etero programmati. E’ quella la frontiera che determinerà le nuove gerarchie sociali e suddividerà anche i diversi modi di interpretare la stessa professione. Vi saranno medici, giornalisti, avvocati, persino giudici che saranno poco più che protesi di sistemi intelligenti automatizxzati, agenti intelligenti evoluti, e artigiani e manovali specializzati che diverranno veri e propri artisti, nhuovi Benvenuto cellini che si identificheranno con oggetti e servizi esclusivi , proprio come la Saliera del magico cesellatore rinascimentale.
Il motore di queste divisioni sarà il controllo dell’algoritmo. ossia la capacità di poter determinare qualità e logica di funzionamento del sistema automatico che adotteremo o al quale saremo destinati.
Questo processo lo possiamo già oggi osservare da vicino nel circuito del sistema informativo. nel mondo, e anche in Italia, gli apparati di produzione dei contenuti, in particolare delle news, sono al centro di un vorticoso processo di cosidetto re thinking, più che di superfficiale re design. Si sta ripensando la forma e la natura delle intelligenze automatiche che lo animeranno. La possibilità di identificare e negoziare questi meccanismi, senza delegare la loro implementazione ai fornitori sarà decisivo per capire come e quando sia possibile mantenere controllo e misura dei processi discrezionbali che presiederanno alla nuova informazione digitale. Non si tratta di rallentare il processo. Tutt’altro, penso che vada accellerato per dargli la forma dell’unica intelligenza pianficiatrice oggi disponibile quella professionale. senza attendere che maturino altri assetti cognitivi esterni. Una volta tanto la velocità ha il volto umano.

Michele Mezza

Un filtro di 8 secondi

 

Siamo nei primi 5 secondi di una lunga storia. Siamo a cinque giorni dal lancio di Instant Articles, la nuova soluzione che permette a Facebook, in accordo sperimentale con alcune grandi testate globali, come il New York Times, Il Guardian e anche integratori di news cone Buzzfeed,di distribuire le notzie dei giornali direttamente sul flusso delle nostrre pagine mentre siamo a chattare sul social network.
Per risparmiare 8 secondi, sono quelli necessari a passare da un link all’altro nella navigazione fra le notizie dei vari giornali, si centrifuga tutto in un unico flusso governato da un unico algoritmo.
Ne abbiamo già parlato in riferimento ai possibili effetti swul giornalismo:è una svolta epocale, che chiude una lunga fase, quella iniziata con l’invemnzione della stampa e ne apre un’altra di cui siamo testimoni proprio della fase iniziale.
Il breaking Digital di questa settgimana adotta il metodo della comnvergenza digitale per analizzare il fenomeno, sovrapponendo ai ragionamenti sulle nuove forme di informazione biodegradata nel flusso veloce di facebook e la discrezionaslità che lo stesso socialnetwork si prende nel distribuirci queste notizie in base ai profili che si è creaqto di ognuno di noi.
Sul numero di Science del 7 maggio è stato pubblicato un lungo studio dall’apparentemente
tecnico titolo : Esposizione a notizie ed opinioni ideologicamente varie su facebook”.
In sostanza si è misurato comer su un vasto campione, circa 10 milioni di utenti del social network, agisca la discrezionalità dell’algoritmo di Mark Zuckerberg del dare ad ognuno quello che è bene che ognuno veda e sappia. messo così si intuisce che siamo al centro di un’azione di manipolazione al cui confronto Vance Packard con i suoi persuasoriocculti del 1957 sembrano dei boy scout che facevano attraversaare la strada alle vecchine.
Ma proprio la storia iniziata nel cuore degli anni 50 al seguito della prima esplosione della televisione di massa deve insegnarci che non è possibile lanciare crociate ideologiche. Come allora, anche oggi non siamo parte di congiure da Beati Paoli, in cui alcuni misteriosi personaggi determinano il modo di pensare, e di comprare, del mondo. Siamo però, esattamente come allora, all’inizio di una dialettica di nuovi poteri che se njon sono riconoswciuti e riconoscibili, perfino se fosse del tutto neutri, e , come vedremo non lo sono,sarebbe pericolosi, come tutti i poteri che agiscono, consapevolmente o meno, nell’aombra.
Infatti le considerazioni della ricerca pubblicata da Science, combinate con i ragionbamenti che stanno prendendo forma sul destino dell’opinione poubblica al temo di Facebook come edicola ghloobale, ci porta ad una sola considerazione: come sostiene Frank Pasquale nel suo saggio ” The black box Society”l’autorità è espressa sempre più in termini algoritmi”. Lo abbiamo già visto con i primi grandi calcolsatori negli anni 50, che hanno imposto una logica allo sviluppo dell’informatica, tutta centralizzata e verticale.Una logica del tutto opzionale e parziale, che non aveva nulla di oggettivo e tanto meno di neutro, come dimostrò, fin troppo clamorosamente, Adriano Olivetti che negli stessi anni dei grandi caslcolatori IBM, diede vita alla straordinaria esperienza d la Programma 101, i8l primo personal computer che apriva la strada al decentramento della poptenza di calcolo all’individuo.
Quell’esperienza fu stroncata in pochi mesi e si concluse, dopo la morte dello stesso Olivetti, con la “confisca” della divisione elettronica del gruppo informatico italiano da parte della General Electric. Quella era la fase che accompagnava la guerra fgredda e supportava la militarizzazione della prima scienza digitale.
Successivamente si passò alla fase dell’infgormatica di consumo, per affiancare il processo di superamento dell’industralizzazione di massa e di quella che Giuseppe De Rita chiama la “cetomedizzazione della società”. Siamo a metà degli anni 70 e la privatizzazione degli algoritmi diventa la premessa dei grandi imperi come Microsoft e successivamente Apple.Anche qui nulla di inesorabilmente inevitabile.Com,e poco dopo fu dimostrato dalll’avvento dell’open sourse e di una nuova ondata che vedeva al centro non gli oggetti informatici ma le relazioni, con il disegno della rete e poi delle forme di socializzazione relazionale che furono avviate porima di Google e poi da Facebook.
Motore di questo processo rimane l’algoritmo, ossia quella formula di istruzioni finalizzata a risolvere un problema ed ad assicurare un risultato.Automatico.
Il campo di scorreria e laboratorio di applicazioni di questo potere mistorioso per larga parte degli anni 90 fino ad oggi è stato il mercato finanziario, con il cosidetto hight frequency trading, ossia quell’insieme di gigantesche transazioni azionarie condotta praticamente in real time direttamente da algoritmi. L’intera economia del mondo è oggi condizionata dalle forme e dai linguaggi delle decisioni automatiche.
E’ questo l’esempio che prefigura quella che oggi si pavenjta come dittatura di un solo algoritmo. Infatti perfino negli Usa, rispetto all’ingovernabilità e all’opacità del mercato finanziario automatizzato si comincia a chiedere interventi normativi prescrittivi.
Ora proviamo a ragionare sulle prospettiva di una configurazione del modello informativo basato prevalentemente sulla discrezionalità di Facebook nell’attribuire ad ognuno dei suoi utenti, circa 1 miliardo e mezzo,in virtù del èprofilo e dell’identità digitale che si determina dall’analisi dei big data operata dall’algoiritmo del social network, le notizie del giorno. ognuno di noi vedrà, in diretta in ogni vigilia di decisione, quelle notizie che Facebook considererà “pertinenti”, in un unico ed esclusivo flusso, diverso da tutti gli altri.
Un’azione distributiva che si baserà esattamente sulla distorsione che l’indagine che abbiamo citato prima su un apllissimo campione, riportata da Science, individua come “progressivamente ” manipolatoria.Infatti lo studio ci dice che l’azione discrezionale di Facebook non modifica clamorosamente il quadro informativo ma lo corregge e integra progressivamente, in modo che a lungo andare, ossia con il passare del tempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ci si trova in un contesto del vtutto artefatto.Come scrive Eli Parisier,un giovanissimi esperto della rete, affermato critico della personalizzazione opaca, autore del saggio Il Filtro.Quello che Internet ci nasconde “(Il Saggiatore 2012) “è come un piano inclinato e più nel tempo si tenderà a non uscirne….perchè ogni algoritmocontiene un punto di vista sul mondo”. E qui veniamo al cuore del nostro evento settimanale, il vero breaking digitale: “Gli algoritmi sono esattamente questo:una teoria su come una parte del mondo dovrebbe funzionare,espressa in termini matematici o informatici”. Questa visione del mondo da 5 giorni sta collaudando l’edicolam globale da cui progressivamente ci forniremo. Tutti.

Michele Mezza

Il cerchio si chiude

 

Ormai e’ un vero gioco ad inseguimento. Appena Facebbok muta qualche sua funzione, i quotidiani cercano di adeguarsi.Sembrano tutti supplementi del socialnetwork.
Forse uno dei tornanti più rilevanti e’ stato imboccato in questi giorni. Mark Zuckerberg mira alla soluzione finale: Facebook diventa un ambiente autoreferenziale, che ha chiaramente come obiettivo di assorbire ogni necessita’ e ambizione dei suoi 1.450 milioni di frequentatori. Proprio come nel Cerchio, il profetico libro di David Egger, in cui si disegna la societa’ dei prossimi 15 anni, non100, dove un unico socialnetwork coincide con la stessa vita del pianeta, subordina ritmi e artivita’ dell’esistenza della popolazione ai suoi interessi.

Il breaking digital di Facebook e’ l’annuncio che gia’ nei prossimi mesi , prima negli USA, e poi nell’intera geografia globale del sistema, verrà integrato un motore di ricerca. una potenza di selezione dei contenuti, mirato prevalentemente alle news.

Due gli bbiettivi:da una parte dare un colpo,forse risolutivo, al primato di Google come fonte primaria delle informazioni; secondo rendere elletticamente perfetta l’offerta di servizi per ogni singoli utente che non ha piu’ opportunita’ o pretesti per uscire dal perimetro del socialnetwork: ogni necessita’ e’ coperta.

Last but not least il dominio assoluto sui flussi delle news.
Facebook infatti perfeziona la sua presa di possesso del mercato delle informazioni, dopo gli accordi con le grandi testate quali il New York Times e il Guardian, e anche qualche integratore di contenuti come lo stesso Buzzfeed, creando un format del tutto innovatovo e inedito per fruire di informazioni.

Il flusso che sostituirà l’oggetto giornale, facendo comparire sulla bacheca di destra della nostra pagina Facebook una sorta di blog informativo preconfezionato da Facebook sulla base dei profili che il socialnetwork ha elaborato per ognuno di noi, sarà sorretto anche da una funzione di research che rendera’ del tutto autonoma la fruizione di news suFacebook rispetto a qua.siasi altra fonte xiretta o intermwdia: dalle testate allo stesso GoogleNews. Limita dosi a condividere con le stesse fo ti il profitto pubblicitario al 50%.

Il cerchio, è proprio il caso di dirlo, così si chiuderà definitivamente.
Contemporaneamente i quotidiani aderiscono a questa evoluzione della specie, adattando la propria identità e caratteristica alla massima complementarietà con Facebook. Dal Pais al Washington Post http://www.ilpost.it/2015/05/09/nuovo-sito-washington-post/, si annunciano re thinking della stessa struttura del quotidiano, che perde la sua identita’ di rassegna di informazioni per diventare sempre piu’ uncentro servizi digitale che affianca e supporta i socialnetwork.

Il Pais rovescia completamente la gerarchia fra versione stampata e quella elettronica del giornale, distaccandosi dalle informazioni primarie. Il Washington Post sotto la gerenza di Bezoss diventa sempre piu’ una community di collegamwnto,dove le soluzioni tecnologiche valgono piu’delle notizie.Lo stesso NewYorkTimes si riorganizza con un modello di storytellig georeferenziato per offrire ad ognuno storie riferite al territorio in cui opera.
Uno scenario in cui rimane del tutto marginale la capacita’ di controllo e negoziazione da parte degli utenti che si trovano senza piu’ interlocutori e controparti riconoscibili nella gestione del diritto fondamentale della modernita’ che e’ quello di contrattare la fonte delle
proprie informazioni.

Michele Mezza
http://www.ilpost.it/2015/05/09/nuovo-sito-washington-post/

#Agcom approva indagine conoscitiva su ‘#Informazione e #internet’

Il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, presieduto da Angelo Marcello Cardani, relatore il Commissario Antonio Preto, ha approvato nei giorni scorsi l’indagine conoscitiva “Informazione e internet in Italia: modelli di business, consumi, professioni”, che ha analizzato le caratteristiche e le dinamiche dell’offerta e della fruizione di contenuti e servizi di informazione in Italia. L’indagine rappresenta un approfondimento dell’analisi realizzata nel 2014 in materia di servizi internet e pubblicità online (delibera n. 19/14/CONS).

 

L’Autorità ha concentrato la sua attenzione su tre aspetti: il mutamento della professione giornalistica dovuto al nuovo contesto tecnologico e di mercato; il nuovo panorama dell’offerta informativa, nazionale e locale; il mutamento delle modalità di consumo da parte del pubblico.

 

La ricerca ha analizzato ogni componente del sistema dell’informazione nazionale, investigando la direzione e la velocità del cambiamento anche in funzione dello scenario tecnologico e di mercato. Ha inoltre evidenziato come il mondo dell’informazione sia soggetto a una radicale trasformazione che sta rapidamente coinvolgendo forme di consumo, modelli di business, modalità di generazione, composizione e offerta del prodotto informativo, fino ad arrivare alla natura stessa della professione giornalistica.

 

A quest’ultima, lo scorso autunno l’Autorità ha dedicato un’indagine sul campo (Osservatorio sul giornalismo) rivolta a tutti i giornalisti italiani, coinvolgendo oltre 2.300 giornalisti (professionisti e pubblicisti) che operano in Italia ed evidenziando la trasformazione del ruolo e della natura di tale professione.

 

Dall’indagine emergono radicali mutamenti che coinvolgono tutta la filiera del sistema dell’informazione, in un contesto in cui la domanda potenziale online cresce anche più di contesti stranieri sviluppati. I risultati dell’indagine conoscitiva saranno approfonditi e dibattuti nel corso di un evento istituzionale che si terrà martedì 16 giugno alle ore 15.30 nella sala Capitolare del Senato, in piazza della Minerva 38, Roma. Il relativo programma sarà pubblicato sul sito dell’Autorità.

 

Fonte: Key4Biz 23/04/2015 www.key4biz.it/agcom-approva-indagine-conoscitiva-su-informazione-e-internet/117277/?utm_source=twitterfeed&utm_medium=twitter

Il cerchio si allarga

Forse anche l’ultima copia del New York Times sarà ricordata come l’età dell’oro dei giornali.

L’accordo che sta stringendo Facebook con i grandi quotidiani americani, insieme ai maggiori integratori di notizie come Buzzfeed, sembra chiudere la partita della stampa tradizionale ( www.mediasenzamediatori.org ).Oltre a modificare anche la meccanica storica della navigazione in rete. Non è più ilò link l’atto che guida la nostra attività.Un atto per qwuanto indotto e stimolato che rimane di nostra esclusiva sovranità.Forse troppo sovrano. Facebook lo sostituisce con un ulteriore automatismo che ci dispensa dallo scegliere, dal cliccare, pensa tutto l’algoritmo. Che seleziona e aggancia i contenuti trasferendoli, automaticamente sulla nostra pagina. Ma questo nuovo modello è spinto da un altro fenomeno che trasformerà l’eco sistema dell’informazione.
Il social network di Mark Zuckerberg piomba sulla crisi dell’editoria globale e si candida a diventare l’unica grande edicola del pianeta, una grande postino che ci recapiterà sui nostri device la rassegna delle notizie del mondo. Uno ad uno. Ad ognuno la sua.

Facebook , automaticamente, come abbiamo detto,ci proporrà una combinazione di informazioni, commenti, filmati, approfondimenti, che appariranno sul lato destro della nostra pagina , mentre commentiamo o dialoghiamo con un nostro amico. In quel momento lampeggeranno le notzie, che si intrufoleranno nelle nostre chiacchiere.
Ma quali notizie saranno distribuite? Quelle dei giornali e dei siti che aderiranno all’intesa, si risponde. Ma tutte quelle dei giornali e delle Tv? No, impossibile, solo quelle che corrisponderanno al profilo che Facebook si è fatta di noi. Ancora più dettagliatamente: solo quelle che potranno coincidere con il nostro stato d’animo, con il sentiment, che è stato colto e percepito dal socialnetwork.

L’informazione non sarà più identità, o opinione condivisa, ma flusso personalizzato, separato, occasionale.
In sostanza ognuno di noi leggerà un proprio giornale, unico e diverso da tutti, composto secondo quello che Facebook riterrà essere il nostro gusto e bisogno. Ognuno leggerà quello che in qualche misura già sà, o si attende. Non ci sarà più quel sortilegio che crea la magia dei media: io scopro, inciampo, sono sorpreso da qualcosa che non immaginavo. Non ci sarà più la serendepity.
Il grande Fratello al confronto è Madre Teresa di Calcutta.
Certo che i giornali continueranno ad esistere, e che anche le Tv continueranno a trasmettere i propri programmi. Ma chi li vedrà o leggerà? Chi si staccherà dalla rete per investire tempo e attenzione per sfogliare 44 pagine o guardarsi per un’ora un talk in tv? Chi uscirà dalla piazza virtuale per isolarsi in una pagina ?
Mentre invece aumenterà la pervasività dei social. Ognuno di noi trasferirà nelle pieghe della rete altre porzioni del proprio tempo vitale, e che cercheremo sempre più di ottimizzare il tempo produttivo incastrandolo con sprazzi di tempo formativo. E’ questo lo scenario che attende e promuove Facebook. In questo ambiente dove la velocità di relazione in rete non consentirà di scendere dalla giostra, si formerà una domanda di integrazione totale su una sola pagina di tutti i contenuti.

Del resto il trend è già sotto i nostri occhi. Gli integratori di notizie superano i singoli media .
Google News per questo è esploso, e per questo Buzzfedd surclassa i singoli quotidiani? Cambia la dinamica del conbsumo di notizie, cambia perfino la modalità di acquisizione l’atto stesso del leggere, che viene sostituito dal frenetico conpulsare degli occhi delle bacheche laterali alle pagine che stiamo “trattando”.
Su questo scenario bisognerebbe ragionare. Ricordiamoci che la storia ci dice che la stessa idea di starto e di democrazia occidentale prende corpo proprio con la diffusione del giornale come veicolo, separato e complesso, delle opinioni. Opinioni che formano poi quel senso comune che anima l’identità nazionale e la stessa dialettica democratica. Se mutano gli strumenti non potrà non mutare l’ambiente e la conseguenza istituzionale.
La tendenza è inesorabile, l’epilogo forse meno scontato.
Pensiamo ad eventuali alternative.
Buzzfeed, mentre aderisce all’intesa con facebook si organizza per la sopravvivenza.E ci propone, non so quanto volontariamente, uno spiraglio ( https://twitter.com/StKonrath/status/580447477536559106 ).

La sua nuova divisione Distribuited Content annuncia che lavorerà trasversalmente su tutte le piattaforme, smistando i suoi pacchetti di contenuti e di spigolature d’attualità lungo tutta la rete. Inseguendo i suoi utenti attraverso il browsing quotidiano. Una formula che potrebbe essere localmente adettata ai media nazionali: quotidani o televisioni potrebbero, da subito imboccare la strada di Buzzfedd, afimando formule di interoperabilità delle piattaforma nazionali.
In caso contrario vincerà la directory unica.Sarà Facebook a decidere le combinazioni e le impaginazioni dei contenuti che rimarranno di proprietà dei giornali, ma che verranno prestati al social network per fornirci continue rassegne stampa a condizione che veicoli anche la pubblicità dei giornali.
In questo accordo sulla pubblicità rintracciamo una chiave di lettura del nuovo accordo: Facebook rinuncia al cash della pubblicità, lasciandola ai moribondi media tradizionali perché gioca tutto sul big data individuale dei suoi centinaia e centinaia di milioni di utenti. Big data che le permetteranno di attivare una sorta di telepatia mondiale: interpretando, decifrando, anticipando persino le nostre intenzioni.
Siamo proprio nel centro del Cerchio di Eggers (http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-cerchio-dave-eggers/ , il romanzo che ha spopolato negli Usa l’anno scorso e che racconta l’ossessivo controllo della vita sociale da parte di un unico social network che ingoia tutti gli altri.
Chi grida il Re è nudo?

Michele Mezza
mediasenzamediatori.org

 

#BreakingDigital. La copertina digitale di #Linus, una storia lunga 50 anni

BreakingDigital. La copertina digitale di Linus, una storia lunga 50 anni

Riletta oggi, appare evidente che quella rivista degli anni ‘60 annunciava l’avvicinarsi di uno vero tsunami sociale, come fu 15 anni dopo l’ondata digitale

Questo spazio di solito, segnala eventi e soluzioni destinate a mutare lo scenario multimediale, il nostro Breakingdigital.

Questa volta facciamo un salto invece all’indietro, e cerchiamo un segno del futuro nel passato, un passato anche lontano come l’aprile del 1965, esattamente 50 anni fa, quando arrivò per la prima volta in edicola uno strano e, per quel tempo, eccentrico magazine: Linus.

Ai giovani che ci leggono oggi il ricordo dice poco, a chi invece allora andava già a scuola, forse quella testata evoca ancora forti emozioni.

E’ stata una rivista totem, che per 40 anni ha accompagnato e sostenuto la crescita di almeno 10 generazioni di innovatori.

Linus, con il suo sofisticato font Grotesk in grassetto, la sua copertina verde, e soprattutto quel tenero, impertinente e stralunato Charlie Brown che altro non era se non un bonsai di nerd in provetta.

Linus infatti era un magazine di fumetti di bambini per adulti.

La base erano le strisce dei Penauts di Shultz che dagli Stati Uniti arrivavano nelle nostre città, inizialmente attraverso le pagine de Il Giorno, il rivoluzionario quotidiano milanese che a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta rinnovò il mercato giornalistico italiano.

Poi dal Giorno alle pagine di una rivista tutta dedicata ai fumetti.

In realtà Linus fu molto di più di un periodico di fumetti.

Riletta oggi, appare evidente che quella rivista annunciava l’avvicinarsi di uno vero tsunami sociale come 15 anni dopo si rivelò essere l’ondata digitale.

Linus fu la bandiera, il feticcio del formarsi, nelle catacombe metropolitane delle città italiane, dove veniva distribuito prevalentemente, della generazione che avrebbe poi dato corpo al mondo informatico e digitale italiano.

Quell’insieme di professionisti, ambiziosi, globalizzati, competitivi e libertari, che sfiorati dal movimento del ‘68, si ritrovarono nei gorghi della insorgente società della comunicazione: giornalisti, politici, sindacalisti, pubblicitari, sociologi e sondaggisti che cominciavano a formicolare nei centri storici di Milano e Roma.

Ricordiamo, siamo nel 1965, ovvero in un’Italia che si trova ancora in equilibrio sul miracolo economico, che in pochi anni ha trasformato un paese contadino e arretrato in una comunità urbana e freneticamente modernizzante.

E’ quella l’Italia del Programma 101 della Olivetti, dell’ENI di Enrico Mattei, delle centrali elettronucleari di Ippolito, del primo gabinetto di genetica europeo di Buzzati-Traverso, dei lanci di satelliti nello spazio con il comandante Broglio, del premio Nobel della plastica come Giulio Natta.

Sempre in quegli anni l’Italia è il paese che fa sognare il mondo con il suo cinema presente in tutti i grandi festival internazionali con opere come Il Gattopardo di Luchino Visconti o 8 e 1/2 di Federico Fellini o Le Mani sulla città di Francesco Rosi.

Un paese che si trova al vertice della ripresa europea, non avendolo cercato né voluto.

Infatti, il paese in poco tempo si vede ricacciato nella completa subalternità.

Mattei muore nel 1962 in un in incidente aereo che fa ancora discutere.

La pionieristica divisione elettronica della Olivetti viene spiantata e regalata alla General Electric. Ippolito, coinvolto in un maldestro scandalo, è arrestato e le sue centrali nucleari che minacciavano i padroni del petrolio, chiuse.

Il primato della plastica non riusciamo a sfruttarlo.

Un paese che in poco tempo passa dal miracolo alla delusione.

Ma l’ambizione solleticata non può essere cancellata.

Milano, Torino, Roma sono città che si trovano proiettate sulla scena globale: industria, cinema, università, tecnologie.

Già migliaia e migliaia di giovani spingono per trovare un proprio spazio al sole.

E’ questa la platea a cui si rivolgerà Linus, cominciando a dare a questi giovani pillole di un nuovo mondo, fatto di fumetti, ironie, scetticismi, psicodrammi, ma anche speranze e convinzioni che si possa vincere anche da soli, anche senza uno Stato che ti protegga e ti supporti.

Iniziano la prime forme di dialogo fra lettori e redazione: Oreste del Buono, grande intellettuale metropolitano, apre una innovativa rubrica di lettere al direttore.

Dai fumetti si comincia a spaziare alla letteratura, alla musica, che esplode come forma di networking, diremmo oggi.

E negli anni successivi, 1975-76, si comincia a parlare di strani marchingegni che pensano: i computer.

Linus fu il primo organo dei makers italiani.

Il primo spazio in cui prese forma e coscienza l’idea che la creatività poteva diventare economia e futuro.

Fuori dalle sue pagine erano tempi duri: conflittualità, antagonismi, rancori, e poi anche terrorismo.

La rivista non ignorò, ma non si fece travolgere, mantenendo la barra sul suo orizzonte: ironia e futuro.

Lo stesso protagonista, l’apparentemente dimesso Charlie Brown, con la sua copertina, un vero talismano che gli dava poi la sicurezza della verità, e soprattutto rompeva la minaccia dell’isolamento, collegandolo con il mondo, già anticipava l’ansia comunicativa dei social, già ci annunciava il sortilegio di Facebook.

Quell’Italia, con i suoi fremiti di massa che sarebbero stati celebrati nel decennio 1970/1980, stava invece incubando un proliferare di istinti individualistici, con i suoi primi personal computer, i suoi distretti produttivi, i suoi cespugli innovativi, i suoi artigiani globali.

Quell’Italia sarebbe stata meglio descritta e raccontata leggendo Linus più che i saggi e la letteratura politica del tempo.

Italo Calvino lo fece, scrisse e lesse Linus e, proprio nel 1965, polemizzando con Pier Paolo Pasolini sulle forme del linguaggio tecnologico che allora faceva timidamente capolino nelle aziende e nelle scuole tecniche, scriveva che l’italiano “…per rimanere vivo doveva ibridarsi con la tecnologia“.

Ma perché, vi chiederete, ce lo racconti?

Una botta di nostalgia di un ottuagenario?

Forse anche questo.

Ma in particolare, mi pare utile usare Linus come un vero Breakindigital, per mostrare come il mondo digitale sia una storia italiana.

Soprattutto sia una storia umana, che nasce da molto più vicino della Silicon Valley.

Una storia che aveva affondato radici profonde nella nostra cultura.

E che quanto sta accadendo oggi, con lo stravolgimento di costumi, culture, comportamenti e valori, non sia il segno di un predominio improvviso di tecnologie estranee.

Tutt’altro, la società della conoscenza ha avuto una lunga incubazione, soprattutto in Italia.

La rete è per questo una storia italiana.

E in nessun modo possiamo nasconderci dietro la sua disumanità ed estraneità.

Come Linus si nasconde dietro la sua copertina.

 

Michele Mezza

#BreakingDigital. #Periscope: Il Re di Prussia in streaming

BreakingDigital. Periscope: Il Re di Prussia in streaming

Riprendere in diretta circostanze di vita quotidiana è diventata improvvisamente una necessità sociale. Circa 800.000 persone in soli 4 giorni hanno scaricato e sperimentato Periscope

E’ stata una Pasqua tutta all’insegna di Periscope, dal punto di vista digitale.

In pochi giorni l’app di Twitter che permette di realizzare streaming in diretta è diventata un fenomeno di costume, benché al momento sia ancora limitata allo standard iOS per telefonini, ossia al solo iPhone della Apple. Ma quanto prima ci sarà una versione Android, peraltro già annunciata.

Riprendere in diretta circostanze di vita quotidiana è diventata improvvisamente una necessità sociale.

Circa 800.000 persone in soli 4 giorni hanno scaricato e sperimentato Periscope.

Segno che, come sempre, la tecnologia è la risposta e non la causa di un fenomeno sociale.

Infatti da tempo cresceva la domanda si adattare il telefonino, così come per le fotografia, ad esprimere e realizzare l’ambizione di esprimersi con un linguaggio di immagini.

Già il mese scorso Meerkat aveva annunciato che la frontiera fra download  e streaming era stata varcata per il popolo degli smartphone.

Ora Periscope, anche grazie al traino di Twitter, la casa-madre che gli ha dato grande spinta, rende questo linguaggio usuale e immediato.

Due le conseguenze che si intravvedono sullo sfondo.

Da una parte si riporrà il tema della portante di banda, ossia della sufficienza di connettività. Secondariamente, la pratica di massa degli streaming darà un ulteriore colpo al ruolo del broadcasting che si vedrà sempre più limitato ad una funzione di puro contorno per la comunicazione audiovisiva.

Il primo tema, la banda disponibile, riporrà in altra forma la questione della net-neutrality.

Se lo streaming in diretta dovesse diventare terreno di pratiche non solo personali,  ma anche professionali e industriali allora sarà inevitabile richiedere un’affidabilità maggiore per la connessione. Soprattutto in presenza di un ulteriore incremento dei consumi di banda che dovesse venire da un’espansione geometrica dello streaming video.

L’altro nodo riguarda invece l’intero mondo della comunicazione, con un riflesso diretto su quella sotto-comunità della comunicazione che è il giornalismo, in particolare per la versione televisiva.

Infatti l’erodersi ulteriore della centralità di una TV basata su palinsesti prefabbricati, un processo che ormai Netflix sta esasperando, si accompagnerà all’affermarsi di un linguaggio come lo streaming diretto, che non potrà che comportare un ulteriore colpo al primato della mediazione professionale nella produzione e diffusione di contenuti audiovisivi, rendendo per altro ancora più stretta l’identificazione dell’evento in corso con la sua documentazione: la W di While diventerà così la principale delle W del giornalismo, staccando così nettamente i vecchi 5 significati tradizionali (What, Where, When, Who, Why).

Dunque siamo davvero in presenza di un breaking digital, destinato a mutare ancora lo scenario.

Ma il vero motivo per cui vi segnalo questo ennesimo tornante riguarda un altro aspetto del diffondersi dello streaming mobile: lo storage.

Infatti già in questa prima fase di sperimentazione la gestione di Periscope da parte di Twitter è apparsa fragile.

Se aumentano troppo gli utenti contemporanei il servizio rallenta e si sgrana.

Segno che la soluzione richiede una straordinaria potenza di memoria, di raccolta e analisi di dati, prima ancora che della stessa banda passante.

Twitter, benché sia un Over the Top, non è evidentemente ancora in grado di supportare la sua creatura con una capacità di server sufficiente.

Il rischio è che tutta questa innovazione rischi di esaltare ancora di più i signori della memoria e dello storage, ossia Google e soprattutto Amazon.

Sono loro che probabilmente si impossesseranno di questa nuova domanda sociale di streaming, intensificando lo scambio servizio contro dati e diventando ancora più centrali come banda delle nostre identità nel mondo.

Questo è forse il vero breaking digital che abbiamo dinanzi: chiedere alla tecnologia nuove soluzioni che non dipendano dagli imperi dei server.

Lo standard Torrent tempo fa ci illuse che si poteva lavorare più sul software che sulle infrastrutture.

Poi qualcosa si bloccò.

E sarebbe interessante capire come e perché.

Bisognerebbe riprendere quella strada per non lavorare sempre per un Re di Prussia.

 

Michele Mezza

Il futuro dell’‪#‎informazione‬? È ‪#‎hitech‬, con i Robot ‪#‎giornalisti‬

Il futuro dell’informazione? È Hi-Tech, con i Robot Giornalisti

Alcune redazioni possono già vantare la presenza del cosiddetto “robot giornalista”, utilizzato soprattutto per redarre report finanziari e sportivi

Un robot ci sostituirà? Sono anni che l’uomo si pone questa domanda e, sebbene sia rassicurante pensare che non possa succedere grazie alla nostra unicità, il cambiamento è iniziato.

Nel campo del giornalismo, gli automi sono già realtà.

LEGGI ANCHE: Tecnologia e lavoro: come sarà il nostro futuro?

Il reporting automatico

Come dichiara il blog della WAN-IFRA, la maggiore organizzazione mondiale dell’editoria, alcune redazioni possono già vantare la presenza del cosiddetto “robot giornalista”, utilizzato soprattutto per elaborare dettagliati resoconti finanziari e sportivi. I software di automated reporting consentono infatti di leggere grosse moli di dati, tabelle e grafici, analizzandone i trend chiave. Gli algoritmi di scrittura automatica sono in grado di compilare report veloci, accurati e precisi, al punto da sembrare redatti da giornalisti in carne ed ossa.

Lou Ferrara, Vice Presidente e Managing Editor di Associated Press, rivela come la sua agenzia di stampa abbia ingaggiato un Automation Editor per velocizzare il sistema degli andamenti finanziari e per poter tenere i lettori informati sui match delle squadre del college, che in passato le redazioni non riuscivano a seguire. Il software (prodotto da Automated Insights), non solo aumenta la quantità di report prodotti, ma consente addirittura di far risparmiare il 20% del tempo di scrittura al suo staff.

reporting automatico

Tra entusiasmo e critiche

Il sistema delle news automatizzate è stato accolto con entusiasmo da testate di rilievo quali il New York Magazine e TechCrunch, ma non si sono fatte attendere anche le critiche, a partire dall’imprenditore della Silicon valley Martin Ford.

Autore del libro Rise of the Robots, Ford sostiene che l’Intelligenza Artificiale stia renedendo obsoleto il “buon lavoro”, compreso il modo di fare giornalismo.

«Vogliono farvi credere che questi sistemi si limiteranno a svolgere operazioni noiose che consentiranno agli altri dipendenti di dedicarsi ad attività più interessanti.  Così come è già accaduto con altre innovazioni tecnologiche, è inevitabile che alcuni posti di lavoro possano essere messi a rischio.»

Lou Ferrara non è dello stesso avviso, sostenendo come il lavoro svolto dal reporting automatico consenta alle redazioni di utilizzare al meglio le proprie risorse limitate e offra loro l’opportunità di dedicarsi all’approfondimento.

«Non è altro che un’evoluzione del giornalismo, cosi come nel tempo si sono evolute le tecniche di stampa, di impaginazione e di fotografia. – dice il vice presidente di AP – Il giornalismo avrà sempre bisogno di nuove figure, di maggior rilievo e responsabilità, al massimo potrebbero risentirne le figure entry-level».

A detta di Ford, invece, in questo caso si parla di qualcosa di differente dalle rivoluzioni tecnologiche del passato. Il passaggio all’automazione richiederà del tempo, ma finirà con il coinvolgere non solo il campo del giornalismo, ma tutto il mondo impiegatizio.

Futuro del Giornalismo

Quale futuro del giornalismo?

Lou Ferrara mette in guardia, però, da chi potrebbe servirsi del robot giornalista in maniera non del tutto etica. In una realtà in cui le notizie sono redatte da sistemi automatici, il rischio principale è rappresentato dall’omologazione dell’informazione. Un fenomeno che naturalmente andrebbe a discapito del lettore, privato della possibilità di avere accesso a diverse prospettive di un unico avvenimento.

Sarà quindi necessario che il reporting automatico non soppianti l’unicità del giornalismo e che le notizie possano continuare a farsi leggere e distinguersi per contenuti di valore.

Ora non resta che scoprire quale impatto avranno i sistemi automatizzati sulla società e sul futuro dell’informazione.

I lettori continueranno a premiare il buon giornalismo?

 

Fonte: Ninja Marketing 20 marzo 2015

Addio al mito della prima pagina

1426070499_DSC_4587-950x629Digital first. Lo sapevamo ma leggere certe notizie conferma, se ancora ce ne fosse bisogno (e forse ce n’è bisogno) che i fronti sui quali combattere la guerra dell’informazione si sono definitivamente capovolti. L’ultima è quella riportata da Dylan Byers su Politico secondo cui qualche settimana fa Dean Baquet, direttore del New York Times, avrebbe mandato un ordine forte e chiaro ai capi delle sue redazioni: basta occuparsi spasmodicamente della prima pagina, quello che serve non sono suggerimenti su cosa piazzare il giorno seguente in A1 ma la costante segnalazione delle storie che meritano di stare nelle aperture delle varie piattaforme digitali del più importante quotidiano del mondo. Poi si pensa alla carta. Un invito in fondo già presente nell’ultimo Innovation report della testata.

Se non stupisce per niente un passo del genere al NYTimes, anche il Los Angeles Times di Davan Maharaj ha rivoluzionato le proprie prassi lavorative destinando la riunione del mattino, sdoppiata alle 7 e alle 9,30 con un’anticipazione alla sera prima, non al giornale e alla prima pagina ma ai temi, agli argomenti, a ciò che di cui si parla quel giorno e, di più, in quel momento della giornata, concentrandosi su ciò che c’è da raccontare ai lettori adesso, fra pochi minuti. Non domattina in edicola.

I numeri, d’altronde, parlano chiaro. Secondo Pew Research l’82% degli americani legge le notizie su pc e il 54% in mobilità. In Italia, dove pure la situazione è diversa e vede ancora in testa alle sorgenti informative l’immarcescibile predominio della televisione, il 51% cerca notizie sul web tramite quotidiani online (36%), motori di ricerca (22%) e social network (8%). La fruizione avviene al 58% su pc, al 25% su smartphone e al 14% su tablet per una sessantina di minuti al giorno.

A parte il fatto che ci sarebbe da discutere perfino sulla (sempre più fragile) centralità delle home page e sulle fonti del traffico di un sito d’informazione, rimane la presa d’atto che, a eccezione di poche realtà che hanno voluto trovare nuovi linguaggi, il prerequisito per un capovolgimento del genere è l’abbattimento della storica separazione fra redazioni e gruppi di lavoro che si occupano dei prodotti cartacei e quelli che marciano sul digitale.

Sembra assurdo ripeterlo nel 2015 – a ben dieci anni dal passo obbligato dello stesso New York Times, che già in precedenza aveva sperimentato modalità di lavoro come il continuous desk – ma in molte realtà, piccole e medie come grandi, quella divaricazione è più profonda che mai e ogni discorso come quello di Baquet sarebbe considerato pressoché inconcepibile.

I servizi non si parlano e se lo fanno è su base sporadica, casuale, affidata alla buona volontà, alla curiosità o all’interesse dei singoli redattori o capi. Così facendo le storie spesso si perdono nel gusto e nelle scelte di mille teste, se non peggio per posizioni di presunta superiorità, anziché in una valutazione oggettiva della redazione, perché è impossibile, in assenza di un’autentica integrazione, sapere cos’abbia per le mani il collega nella stanza a fianco o al piano di sotto.

Insomma, quello della prima pagina non è più un mito. Né per gli addetti ai lavori, né per i lettori che poi ormai sono utenti sempre più flessibili e attivi. Nel senso che non fa più opinione, non decide i temi del giorno, che invece si rimodulano di ora in ora sul web in base agli avvenimenti del mondo, a quelli interni e alle sfumature che assumono intrecciandosi fra loro, con le storie e i protagonisti di quegli eventi.

La possibilità che un qualche esemplare di quotidiano cartaceo sopravviva, pur con tutte le possibilità di leggerlo in digitale e mobilità, sta anzitutto nell’abilità di riscrivere le prassi lavorative in base a quel flusso. Di modo da fare, su carta, l’esatto contrario rispetto alla missione storica: raffreddare le notizie trasformandole nella quasi totalità in analisi che si abbeverino di ciò che è avvenuto e disegnino i possibili sviluppi. Una macchina per quella nicchia che voglia pensare, domani, a quello che è successo ieri.

Fonte: Wired 11 marzo 2015