#Droni-#giornalisti, il futuro dell’#informazione sarà in cielo

Lily ti segue ovunque e riprende le tue avventure dall’alto. Il dispositivo della Balck Sheep, invece, ha volato sul relitto della Costa Concordia rovesciata nelle acque dell’Isola del Giglio. Quattro eliche e una telecamera gli hanno consentito di avvicinarsi alla nave e di ottenere immagini che nessuno prima aveva potuto girare. E poi ci sono gli AeroDron, veri e propri esploratori. Li hanno usati per mappare le zone dove è presente l’amianto, dal cielo, senza avvicinarsi troppo. Sono solo pochi esempi, ma dicono molto. Gli strumenti del futuro, anche giornalistico, sono loro: i droni.

 

Con eliche, come piccoli elicotteri, o con ali. Perfino con quattro ruote motrici, per spostarsi dall’aria alla terra. Questi piccoli gioielli tecnologici possono riprendere scenari che per l’uomo sono pericolosi o irraggiungibili. Catastrofi naturali, proteste e manifestazioni, guerre. Un drone può documentare da vicino quello che finora si è potuto osservare solo da lontano. Il tutto grazie a un pilota che, munito di tablet, ne dirige il volo a distanza finché l’autonomia del dispositivo lo consente, una ventina di minuti circa.

Semplicità e infinite potenzialità. È per questo che molti considerano i droni gli oggetti delle redazioni del futuro. Tant’è che termini come “drone-giornalista” o “drone-reporter” stanno diventando sempre più comuni. E c’è chi azzarda: il prossimo Pulitzer lo vincerà uno di questi aeromobili con telecamera. Ma le insidie che una novità del genere porterà nel giornalismo sono molte, soprattutto per quanto riguarda la privacy. I droni non sono più solo dispositivi militari, come li abbiamo conosciuti fino a pochi anni fa. Ora stanno diventando parte delle nostre vite ma i confini, in ambito civile, devono essere ancora tracciati.

Negli Usa, la FAA (Federal Aviation Administration) ha regole ancora incomplete. Per anni ha vietato l’utilizzo commerciale dei droni e ha quindi impedito ai media di sperimentare. Solo di recente è stato concesso l’uso dei droni a patto che questi non superino i 2 kg di peso e che non volino sopra i 120 metri. Ed è stato stretto un accordo con 10 delle redazioni americane più famose che consente di usare i dispositivi volanti come veri e propri reporters. Fra i nomi più illustri ci sono quello della CNN, del Washington Post, del The New York Times e dell’AP. ‹‹Vogliamo usare i droni per migliorare la nostra comprensione dei fatti correnti››, ha detto Santiago Lyon, direttore della fotografia per AP a questo proposito.

In Italia, il sistema delle regole è definito e non fa distinzioni. L’ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile) ha stabilito che chi usa i droni per informare deve rispettare i criteri della professione giornalistica. Pubblico interesse e tutela della privacy non possono essere trascurati. Inoltre bisogna comunicare il nome del pilota e indicare l’orario di decollo e di atterraggio. In più niente voli sopra i 150 metri e con un raggio superiore ai 500.  ‹‹Sono una nuova fonte, che si aggiunge a tutte le altre, certo, con le proprie caratteristiche››, ha ribadito Michele Urbano, esperto di doveri dei giornalisti, nelle sue considerazioni durante l’incontro tenuto sull’argomento, lo scorso giugno, dall’Ordine dei giornalisti della Lombardia.

Perché questo rimane il punto chiave: spetta sempre all’uomo valutare la notizia. Spetta al giornalista capire dove indirizzare l’attenzione. E che questo ora si possa fare anche con un drone da 300 dollari comprato all’Apple Store, certo ridefinisce le regole del mestiere. Ma non le elimina, e anzi, le rimette in discussione.