Il gigantesco ‘hully gully’ dell’#Internet delle cose

Miliardi di oggetti connessi nei prossimi anni contribuiranno alla crescente algoritmizzazione della realtà, già avviata con le auto senza conducente e il primato dei social network.

 

“…Se prima eravamo in 9 a ballare l’hully gully ora siamo in dieci a ballare l’hully gully…”.

Il refrein di un’ormai lontanissima canzone degli anni Sessanta, scandiva il crescendo progressivo dei ballerini in pista.

Oggi potremmo adattarla alla Legge di Moore e cantare “se ora siamo 14 miliardi di sensori a scambiarci dati fra 25 anni saranno 100 miliardi di sensori a scambiarsi dati…”.

Una storia che sta già avvolgendo l’umanità.

Si chiama internet delle cose, e ogni giorno che passa stringe sempre più le sue spire attorno a noi. Fino ad ora l’attenzione era tutta concentrata sulle cose che magicamente, grazie a soluzioni tipo Arduino, il chip italiano che fa dialogare gli oggetti, iniziano a parlarsi.

Ora però si comincia a guardare a quell’insieme di flussi e di tracce di dati che scorreranno dentro le nuove reti che tesseranno una nuova trama sul pianeta.

100 miliardi di fonti di informazioni che incessantemente pomperanno e accumuleranno dati. Un pandemonio impensabile.

Jeremy Rifkin, con il suo saggio “Società a costo zero” mira a smentire uno dei postulati dell’economia classico: ogni pasto va sempre pagato da qualcuno.

Rifkin, dati alla mano afferma il contrario: già oggi, dice, alcuni dei nostri pasti cominciano ad avete costi che tendono allo zero.

Pensiamo ai flussi di dati che stanno ripianificando la nostra vita, o alle forme di scambio di energia rinnovabile, o ancora ai tradizionali ormai file sharing di musica o video: tutto ormai pressoché gratis. Pressoché.

Questa piccola approssimazione, vista in una scala da 14 a 100 miliardi, dovrebbe farci arcuare il sopracciglio.

Cosa si chiederà in cambio per assicurare questo nuovo, imminente mastodontico scambio di dati?

Chi ci permetterà di vivere al centro di un frenetico frullatore binario, cosa chiederà in cambio?

Sicuramente l’espandersi del big data, e soprattutto dell’auto-programmazione degli oggetti che potranno prescindere da atti discrezionali da parte nostra, comporterà una geometrica espansione del ruolo dell’algoritmo nella nostra vita.

Il big data comporta un’accentuata, pressoché totale, automatizzazione delle fasi di servizio e di supporto delle nostre attività: l’economia domestica diventerà tutta domotica, i viaggi, i rifornimenti, l’assistenza domiciliare, le terapie sanitarie, saranno tutte basate su uno scambio non gestito, se non proprio involontario, delle nostre protesi.

A governare questi flussi saranno da una parte i software e dall’altra i server, o quelle funzioni che li sostituiranno.

In sostanza, si sta prefigurando un cerchio di seconda generazione, diremmo usando la metafora del libro in cui Dave Eggers (The Circle) ci descrive alla fine del 2014 la geometrica potenza di un social network che assomiglia tremendamente ad un Facebook al quadrato, che ormai ha ingoiato tutte le funzioni discrezionali della nostra esistenza.

Ora non si tratta di lasciarci suggestionare dalla fantascienza.

O da quella sorta di cronaca scientifica che a fatica cerca di distinguersi dall’attualità ordinaria, quanto di decifrare per tempo le tendenze.

L’algoritmizzazione della nostra vita è già un processo quotidiano: la macchina senza guidatore di Google, i trasporti urbani uberizzati, Facebook che diventa edicola globale e sistema telefonico del pianeta altro non sono che queste avvisaglie.

Perfino la paciosa Enel, con i suoi contatori elettronici, una volta che diventasse davvero il net provider della nostra connettività avrebbe i numeri per candidarsi ad essere uno dei cerchi che ci stringe.

Così come l’intesa annunciata nei giorni scorsi, fra le pieghe delle manifestazioni per contestare presidi e bidelli, dall’amministrazione del sistema scolastico nazionale con Microsoft per l’alfabetizzazione nel software degli studenti.

Una decisione che renderebbe ancora più sguarnito questo paese nel passaggio all’internet delle cose che sarebbe solo una gigantesca autostrada per il pensiero computazionale, tale è il software, esterno.

A quel punto staremo a bordo pista a guardare altri a ballare l’hully gully.

Michele Mezza

 

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