Prefazione Anselmi

Il mondo in cui viviamo – la cosiddetta società dell’informazione corre a diverse velocità.
Anzi, una parte procede a velocità crescente; altre, per ragioni storiche, antropologiche, economiche, culturali e generazionali vedono aumentare il distacco che le separa dalla prima. Quando,alla fine del 2013, Michele Mezza conduceva su RadioRai la trasmissione “La finestra sul cortile”,analizzando gli scenari venturi del giornalismo, il panorama dell’informazione era da tempo in gran fermento, con internet sempre più dominante e la carta in ritirata generale. Grandi testate globali come Il New York Times, Il Guardian, il Financial Times erano i protagonisti della trasformazione, mentre il Washington Post veniva venduto a Jeff Bezof, uno dei re della rete in quanto creatore di Amazon.

Da quella finestra si ammira oggi uno scenario completamente mutato con l’incombente accordo tra Facebook e alcune delle testate sopra citate, che non a caso hanno cambiato i direttori: lo scopo per il social network è trattenere i frequentatori fornendo loro contenuti di qualità, scelti sulla base dei profili di ognuno di noi che il social network si forma sulla base dei propri algoritmi.
Per i giornali il vantaggio starebbe invece nel procurarsi una platea immensa e sempre più difficile da raggiungere (uno studio recentissimo spiega che negli Usa l’88% dei giovani trova le notizie su facebook).
Intanto cambia il valore e l’immagine dei grandi protagonisti della Rete. Google, che pochi anni fa, grazie anche ad astute manipolazioni e a una buona dose di retorica, era sinonimo di liberazione dalle catene del copyright, oggi è sotto accusa per abuso di posizione dominante da parte della Ue, che pensa di infliggergli una multa di parecchi miliardi: questione non da poco visto che il gigante californiano ha In Europa oltre il 90 % di quota di mercato nelle ricerche on line. Google fa anche di più: grazie all’accordo con sei grandi testate europee investirà sulle memorie e sui sistemi digitali dei giornali.
Facebook e Google diventeranno le nuove edicole globali?
L’algoritmo, come si ripete nel libro, è oggi la frontiera dove formattare e confrontare i poteri dei grandi centri tecnologici.
Quali possono essere le nuove forme di bilanciamento per riequilibrare il peso dei nuovi imperi (i celebrati “over the top”) e reinventare la forma-giornale?

Il ruolo dei giornalisti si sta riducendo ed è un bene che scompaiano gli orpelli corporativi del nostro lavoro. Ma troppo spesso editori e manager editoriali, di fatto digiuni di molte delle specificità del loro settore, rimodernano il lessico credendo che quache anglismo basti a ridare vita a vecchie carcasse. La parola “qualità” viene abusata senza conoscerne le articolazioni del significato: la qualità che primeggia tra siti internet, giornali online e agenzie d’informazione è la velocità; per giornali tradizionali e tv l’elemento dominante è la capacità di attribuire senso un fatto, cioè di farlo capire, di approfondirlo. Qualcuno può dirsi certo di una prevalenza assoluta del “prima” sul “meglio” o viceversa?

Quel che è certo è che cresce la sottovalutazione del fattore umano e professionale del giornalismo: reporter da scrivania” incollano” agenzie. Ogni tanto qualcuno attacca un aggettivo, “digital” o “social,” alla parola “first” per indicare le priorità, almeno all’interno di una testata o di un gruppo editoriale. Ma la parola d’ordine incespica poi sull’effettiva capacità di molte redazioni di
realizzarla: mentre è centrale, in questa fase, il controllo diretto della tecnologia da parte dei giornalisti.
Come le pagine di Mezza spiegano molto bene per un intero secolo l’informazione è stata considerata l’avamposto della modernità. Prima ancora che apparire la garanzia di una democrazia effettiva la stampa è stata considerata l’avamposto del progresso: i giornalisti sono stati i “moderni”. Potranno tornare ad esserlo?

Molti dettano le condizioni economiche, culturali, tecnologiche della sopravvivenza. Altri dicono. sbagliando, che si tratta solo di moltiplicare le piattaforme tecnologiche, indicando la via dell’omologazione che ha già provocato tanti danni. Altri ancora dissertano di autostrade informatiche con assoluta indifferenza ai veicoli che dovrebbero percorrerle.

Chi ha guidato giornali negli ultimi decenni non ha solo per questo né il diritto né la capacità di indicare la via del futuro.
In attesa che le nuove forme di giornalismo si definiscano e si consolidino,
un qualche riferimento però possiamo lasciarlo: chi vuole fare informazione dovrà essere serio, credibile e libero più dei suoi predecessori: anche per differenziarsi dal giornalismo diffuso e dilet-
tantesco, che è bello e democratico ma anche portatore di straordinarie panzane.

Credo che ai giornalisti futuri, attrezzati come tutti dicono e come è fin troppo ovvio dire, vada regalato un primo comandamento: camminate per la vostra strada, scegliete, non impaniatevi nella dissennata logica dell’uniformità per il terrore del “buco”. Forse riuscirete a fare un giornale originale. Forse camperete anchefacendo i giornalisti.

Giulio Anselmi