algoritmo

L’#Alphabet(o) come bene comune

Parla in qualche modo alla politica la decisione di Google di diventare Alphabet?
La decisione di Larry Page e Sergei Brin, i due inventori di Google, di cambiare pelle al motore di ricerca più potente del mondo sicuramente dice molto al mondo della rete e della finanza.
In poche ore il titolo di Mountain View ha guadagnato il 6%, superando quota 665 dollari.E questo è il linguaggio più persuasivo da quelle parti.
La rete sta metabolizzando. perchè uno dei numeri 1 cambia la sua fisionomia?
Alphabet non è solo geometria finanziaria. Come sempre nel digitale la forma è contenuto. Cambia la filosofia strategica del sistema: la potenza di calcolo che sostiene il motore di ricerca verrà spalmata sull’intero arco delle attività, creando centri di riprogrammazione dei nostri modi di vivere: mobilità, salute, memorie, relazioni, economia, informazione,innovazione.Ma sopratutto linguaggi. page lo ha detto papale papale: ci chiamiamo come vogliamo essere: linguaggio.
Alphabet mira ad essere l’alfabeto del mondo.Mettendo il suo algoritmo al centro di una nuova costellazione di soluzioni che automatizzano comportamenti e pensieri.E’ qui il buco nero che dovrebbe in qualche modo parlare alla politica, essere uno dei temi portanti della riflessione sulla democrazia al tempo della rete.
Sarà un caso, ma proprio il giorno in cui Google annuncia di essere diventato Alphabet, il New York Times gli ricorda i suoi limiti, con una lunga intervista a Cynthia Dwork, una delle più accreditate ricercatrici sul tema delle manipolazioni algoritmiche , arruolata dal grande nemico di Google, Microsoft.L’algoritmo, spiega la Dwork, è uno strumento di alterazione valoriale e analitico,che produce un fenomeno di BIAS digitale.
Bias è in psicologia un concetto molto preciso: pregiudizio inconsapevole che si forma sulla base di informazioni incomplete o artefatte.In aree come la selezione delle news,la pubblicità,la ricerca di lavoro, o ancora l’assistenza e la finanza ,secondo la Dwork “algorithms and other types of software can discriminate “. Sicuramente sulla formazione del senso comune, per la pervasività che questi flussi cognitivi hanno ormai nelle nostre relazioni sociali.
Per questo la decisione del vertice di Google dovrebbe in qualche modo occupare il dibattito politico, forse non meno delle decisioni di Marchionne o di Tsipas.Google sta lavorando ad un nuovo sistema di automatizzazione dei comportamenti sociali. Facebook già oggi ha la facoltà di impaginare le nostre emozioni, gerarchizzando il flusso di notizie che ci appaiono nelle nostre pagine mentre trattiamo temi come l’immigrazione, o l’economia.
Già la furbizia di Calderoli, che ha appaltato ad un algoritmo la produzione di 500 mila emendamenti alla riforma del senato, ci annuncia, a sua insaputa, che le procedure istituzionali sono già esposte ad una potenza incommensurabile.
Siamo ai prodromi di una nuova torsione della democrazia. Sotto la spinta populista, la verticalizzazione che si sta imponendo ignora che si sta delineando un ambiente in cui è la potenza tecnologica che, ci ricorda Severino, sta assoggettando l’economia che a sua volta ha già subordinato la politica. E in una società automatizzata, come scrive Nikolas Carr, decide chi governa gli automatismi.
Questa apparente guerra stellare non è insostenibile.
la politica ha soluzioni. Una delle risposte è una cultura critica, che entri nel merito dei sistemi algoritmici e permetta a chi li usi di poterli valutare e integrare.Si tratta di promuovere, lo spiega bene la Dwork ,un atteggiamento autonomo, non subalterno alla tecnica, segnato da quello che lei chiama sistema dell’ “equità attraverso la consapevolezza (Fairness Through Awareness )”. E’ questo forse il capitolo che manca alla carta della rete, appena presentata alla Camera dei deputati da parte della commissione presieduta da Stefano Rodotà. Equità attraverso la consapevolezza significa andare oltre il pur ,ovviamente necessario impegno per un accesso assicurato a tutti alla rete.Significa affrontare il tema di quale ambiente si incontri oggi on line e come le relazioni fra i cittadini possano essere alterate da poteri quali quelli dell’algoritmo che condiziona comportamenti e valutazioni. manca un atteggiamento critico e negoziale. E manca un partito che vi investa energie e intelligenze per un vero nuovo alfabeta culturale come bene comune e non come dominio del nuovo Alphabet.

Michele Mezza

Fonte: L’Unità, 13 agosto 2015

#Google diventa un #Alphabet e il suo #algoritmo è sempre più incombente

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Sarà un caso, ma proprio il giorno in cui Google annuncia di essere diventato maggiorenne, il New York Times gli ricorda le vaccinazioni del caso.

Larry Page e Sergey Brin, come sempre, colpiscono ad agosto ed annunciano che Google non è più una grande cometa, con un motore di ricerca che tira e una scia di servizi accessori che traducono in fatturato la potenza di calcolo.

Diventa una galassia, con un buco nero al centro, il suo algoritmo poliedrico, e una serie di satelliti che ruotano attorno.

Nasce così Alphabet, che, come ha spiegato Larry Page è innanzitutto l’emblema del vero patrimonio di famiglia, ossia la capacità di indurre linguaggi, ed è anche un facile gioco di parole (Alpha-Bet) per indicare una scommessa (bet) su un futuro rendimento finanziario superiore a tutti i valori di riferimento.

Il pane e le rose, potremmo dire, richiamando un altro inventore di linguaggi e di capacità di calcolo del XIX secolo.

 

Lo schema che vedete è la nuova mappa dell’impero, che trasforma Google in un’unica business unit, dove tutti i singoli progetti, anche quelli inizialmente più avveniristici, diventano rami d’azienda.

Qualcosa di molto di più di un semplice riassetto industriale.

Il vertice di Google percepisce che qualcosa sta incubando nella rete, e che le rendite di posizione, anche le più solide, potrebbero essere insidiate in poco tempo da cambi di scena.

La temperatura attorno allo strapotere del principe del research engine sta salendo.

In Europa i fronti di guerriglia si aprono uno dopo l’altro: privacy, fisco, monopolio, concorrenza scorretta.

Non meglio il clima negli stessi USA, dove incombono procedure antitrust.

Ma il vero spauracchio di Google e l’affacciarsi di un altro Google.

O meglio, di un’altra cosa che condensi nuove domande sociali del popolo della rete e dia corpo a nuovi comportamenti.

 

Gli infiniti rapporti bilaterali fra il motore di ricerca e le centinaia di milioni dei suoi utenti stanno rallentando. Sempre di più ci si rivolge direttamente ad un unico ambiente social, per le proprie necessità.

Facebook sta diventando quello che Starbucks è nel caffè: non un luogo di consumo momentaneo, ma un ambiente di vita.

Uscirne è sempre più complicato.

E Google+, come è noto, non regge la concorrenza.

Allora, secondo i dettami darwiniani della Silicon Valley, ci si adegua: una conglomerata che distribuisce il peso del mercato su un fronte più ampio, diluendo il carico d’utenza su più marchi e situazioni.

Ma il cuore rimane la potenza di ricerca e di profilazione: l’arsenale è sempre l’algoritmo.

Ed è proprio quello il bersaglio di una nuova scuola di pensiero digitale, che vede nel soluzionismo del software un sistema da decodificare e negoziare.

Nelle stesse ore in cui il vertice di Google annunciava la metamorfosi, il New York Times lanciava un affondo sul tema delle manipolazioni semantiche prodotte dagli algoritmi.

Cynthia Dwork, una delle più accreditate ricercatrici sul tema, arruolata dal grande nemico di Google, Microsoft, inforca gli occhiali e lancia l’allarme: l’algoritmo è uno strumento di alterazione valoriale e analitico, accusa, introducendo il concetto di bias digitale. Bias è in psicologia un concetto molto preciso: pregiudizio inconsapevole che si forma sulla base di informazioni incomplete o artefatte.

Siamo al cuore del problema che abbiamo già incontrato nel testo Giornalismi nella rete, per non essere sudditi di Facebook e Google (giornalisminellarete.donzelli.it). Infatti il giornalismo, insieme alla pubblicità o alla ricerca di lavoro, o ancora all’assistenza e alla finanza sono i terreni dove più plateale è oggi la manipolazione dei sistemi cognitivi basati su software automatici, secondo la Dwork, che afferma: “… algorithms and other types of software can discriminate”.

La risposta è un atteggiamento critico, che entri nel merito dei sistemi algoritmici e permetta a chi li usi di poterli valutare e integrare.

Si tratta di promuovere, secondo la Dwork, un nuovo clima culturale segnato da “equità attraverso la consapevolezza (Fairness Through Awareness )”.

 

È questo forse il capitolo che manca alla Carta della rete, appena presentata alla Camera dei Deputati da parte della commissione presieduta da Stefano Rodotà.

Equità attraverso la consapevolezza significa andare oltre il pur, ovviamente, necessario impegno per un accesso assicurato a tutti alla rete.

Significa affrontare il tema di quale ambiente si incontri oggi on line e come le relazioni fra i cittadini possano essere alterate da poteri quali quelli dell’algoritmo che condiziona comportamenti e valutazioni.

Un vero nuovo Alfabeto Culturale per il nuovo Alfabeto Tecnologico.

Michele Mezza

Fonte: http://www.key4biz.it/breakingdigital-google-diventa-un-alphabet-e-il-suo-algoritmo-e-sempre-piu-incombente/128875/