Un filtro di 8 secondi

 

Siamo nei primi 5 secondi di una lunga storia. Siamo a cinque giorni dal lancio di Instant Articles, la nuova soluzione che permette a Facebook, in accordo sperimentale con alcune grandi testate globali, come il New York Times, Il Guardian e anche integratori di news cone Buzzfeed,di distribuire le notzie dei giornali direttamente sul flusso delle nostrre pagine mentre siamo a chattare sul social network.
Per risparmiare 8 secondi, sono quelli necessari a passare da un link all’altro nella navigazione fra le notizie dei vari giornali, si centrifuga tutto in un unico flusso governato da un unico algoritmo.
Ne abbiamo già parlato in riferimento ai possibili effetti swul giornalismo:è una svolta epocale, che chiude una lunga fase, quella iniziata con l’invemnzione della stampa e ne apre un’altra di cui siamo testimoni proprio della fase iniziale.
Il breaking Digital di questa settgimana adotta il metodo della comnvergenza digitale per analizzare il fenomeno, sovrapponendo ai ragionamenti sulle nuove forme di informazione biodegradata nel flusso veloce di facebook e la discrezionaslità che lo stesso socialnetwork si prende nel distribuirci queste notizie in base ai profili che si è creaqto di ognuno di noi.
Sul numero di Science del 7 maggio è stato pubblicato un lungo studio dall’apparentemente
tecnico titolo : Esposizione a notizie ed opinioni ideologicamente varie su facebook”.
In sostanza si è misurato comer su un vasto campione, circa 10 milioni di utenti del social network, agisca la discrezionalità dell’algoritmo di Mark Zuckerberg del dare ad ognuno quello che è bene che ognuno veda e sappia. messo così si intuisce che siamo al centro di un’azione di manipolazione al cui confronto Vance Packard con i suoi persuasoriocculti del 1957 sembrano dei boy scout che facevano attraversaare la strada alle vecchine.
Ma proprio la storia iniziata nel cuore degli anni 50 al seguito della prima esplosione della televisione di massa deve insegnarci che non è possibile lanciare crociate ideologiche. Come allora, anche oggi non siamo parte di congiure da Beati Paoli, in cui alcuni misteriosi personaggi determinano il modo di pensare, e di comprare, del mondo. Siamo però, esattamente come allora, all’inizio di una dialettica di nuovi poteri che se njon sono riconoswciuti e riconoscibili, perfino se fosse del tutto neutri, e , come vedremo non lo sono,sarebbe pericolosi, come tutti i poteri che agiscono, consapevolmente o meno, nell’aombra.
Infatti le considerazioni della ricerca pubblicata da Science, combinate con i ragionbamenti che stanno prendendo forma sul destino dell’opinione poubblica al temo di Facebook come edicola ghloobale, ci porta ad una sola considerazione: come sostiene Frank Pasquale nel suo saggio ” The black box Society”l’autorità è espressa sempre più in termini algoritmi”. Lo abbiamo già visto con i primi grandi calcolsatori negli anni 50, che hanno imposto una logica allo sviluppo dell’informatica, tutta centralizzata e verticale.Una logica del tutto opzionale e parziale, che non aveva nulla di oggettivo e tanto meno di neutro, come dimostrò, fin troppo clamorosamente, Adriano Olivetti che negli stessi anni dei grandi caslcolatori IBM, diede vita alla straordinaria esperienza d la Programma 101, i8l primo personal computer che apriva la strada al decentramento della poptenza di calcolo all’individuo.
Quell’esperienza fu stroncata in pochi mesi e si concluse, dopo la morte dello stesso Olivetti, con la “confisca” della divisione elettronica del gruppo informatico italiano da parte della General Electric. Quella era la fase che accompagnava la guerra fgredda e supportava la militarizzazione della prima scienza digitale.
Successivamente si passò alla fase dell’infgormatica di consumo, per affiancare il processo di superamento dell’industralizzazione di massa e di quella che Giuseppe De Rita chiama la “cetomedizzazione della società”. Siamo a metà degli anni 70 e la privatizzazione degli algoritmi diventa la premessa dei grandi imperi come Microsoft e successivamente Apple.Anche qui nulla di inesorabilmente inevitabile.Com,e poco dopo fu dimostrato dalll’avvento dell’open sourse e di una nuova ondata che vedeva al centro non gli oggetti informatici ma le relazioni, con il disegno della rete e poi delle forme di socializzazione relazionale che furono avviate porima di Google e poi da Facebook.
Motore di questo processo rimane l’algoritmo, ossia quella formula di istruzioni finalizzata a risolvere un problema ed ad assicurare un risultato.Automatico.
Il campo di scorreria e laboratorio di applicazioni di questo potere mistorioso per larga parte degli anni 90 fino ad oggi è stato il mercato finanziario, con il cosidetto hight frequency trading, ossia quell’insieme di gigantesche transazioni azionarie condotta praticamente in real time direttamente da algoritmi. L’intera economia del mondo è oggi condizionata dalle forme e dai linguaggi delle decisioni automatiche.
E’ questo l’esempio che prefigura quella che oggi si pavenjta come dittatura di un solo algoritmo. Infatti perfino negli Usa, rispetto all’ingovernabilità e all’opacità del mercato finanziario automatizzato si comincia a chiedere interventi normativi prescrittivi.
Ora proviamo a ragionare sulle prospettiva di una configurazione del modello informativo basato prevalentemente sulla discrezionalità di Facebook nell’attribuire ad ognuno dei suoi utenti, circa 1 miliardo e mezzo,in virtù del èprofilo e dell’identità digitale che si determina dall’analisi dei big data operata dall’algoiritmo del social network, le notizie del giorno. ognuno di noi vedrà, in diretta in ogni vigilia di decisione, quelle notizie che Facebook considererà “pertinenti”, in un unico ed esclusivo flusso, diverso da tutti gli altri.
Un’azione distributiva che si baserà esattamente sulla distorsione che l’indagine che abbiamo citato prima su un apllissimo campione, riportata da Science, individua come “progressivamente ” manipolatoria.Infatti lo studio ci dice che l’azione discrezionale di Facebook non modifica clamorosamente il quadro informativo ma lo corregge e integra progressivamente, in modo che a lungo andare, ossia con il passare del tempo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, ci si trova in un contesto del vtutto artefatto.Come scrive Eli Parisier,un giovanissimi esperto della rete, affermato critico della personalizzazione opaca, autore del saggio Il Filtro.Quello che Internet ci nasconde “(Il Saggiatore 2012) “è come un piano inclinato e più nel tempo si tenderà a non uscirne….perchè ogni algoritmocontiene un punto di vista sul mondo”. E qui veniamo al cuore del nostro evento settimanale, il vero breaking digitale: “Gli algoritmi sono esattamente questo:una teoria su come una parte del mondo dovrebbe funzionare,espressa in termini matematici o informatici”. Questa visione del mondo da 5 giorni sta collaudando l’edicolam globale da cui progressivamente ci forniremo. Tutti.

Michele Mezza